La macchina e il camice

di Redazione · Maggio 25, 2026

Il medico usa l’intelligenza artificiale. Ma nessuno gliel’ha insegnato

 

Il 61% dei medici italiani usa già l’AI generativa. Nel 90% dei casi, però, usa piattaforme che non sono state pensate per la medicina. Come guidare un’auto senza patente, ma a 130 all’ora.

Mio padre aveva un medico di base, il dott. Passuello. Veniva a casa, posava la borsa sul tavolo della cucina, ascoltava, toccava, annuiva. Poi scriveva su un foglietto con la sua calligrafia illeggibile — illeggibile come quella di tutti i medici, forse per scoraggiare i curiosi — e diceva: «Stia tranquillo, non è niente di grave». Oppure diceva: «Questa la mando dal professor Tizio». In entrambi i casi, ci si fidava.

Il dottor Passuello non aveva l’intelligenza artificiale. Aveva l’esperienza, l’intuizione, e quella cosa difficile da nominare che si chiama giudizio clinico. Oggi i suoi colleghi hanno anche ChatGPT. Il 61% di loro, stando ai dati dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, usa già l’AI generativa. Una rivoluzione silenziosa, invisibile, che è già in corso nelle corsie, negli studi, nei pronto soccorso, senza che quasi nessuno l’abbia decisa davvero.

Il problema — ed è un problema serio, non una di quelle preoccupazioni da convegno che si sciolgono al buffet — è che nel 90% dei casi questi medici usano piattaforme generiche. Non strumenti pensati per la medicina, certificati, sicuri, progettati per non allucinare quando si tratta di decidere se una TAC è pulita o no. No: le stesse piattaforme che usiamo noi per scrivere email, riassumere documenti, fare ricerche. Solo che loro ci inseriscono cartelle cliniche, referti, dati personali dei pazienti.

«C’è il pericolo di allucinazioni», avverte la direttrice dell’Osservatorio, Chiara Sgarbossa. Le allucinazioni dell’AI non sono visioni mistiche: sono risposte che sembrano vere, costruite con la grammatica della verità, con la forma rassicurante del sapere medico. E non lo sono.

Eppure sarebbe sbagliato fermarsi allo spavento. Perché l’altra faccia di questa storia è straordinaria. Una TAC che oggi emette il 60% di radiazioni in meno rispetto a quattro anni fa, grazie al machine learning. Un sistema che al pronto soccorso riconosce in prima battuta una frattura — poi la conferma spetta al radiologo, sia chiaro, ma intanto guadagna tempo prezioso. Un’AI che aiuta il medico a refertare, a gestire i pazienti cronici sul territorio, a non annegare nella burocrazia che è diventata il vero nemico della medicina italiana.

Tra chi ha scommesso sull’AI prima degli altri c’è Domenico Mantoan, vicentino, manager sanitario di lungo corso che ha guidato per 10 anni la Sanità del Veneto prima di approdare alla direzione generale dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e quindi AD del Gruppo Pederzoli. È lui che al Festival dell’Economia di Trento, ha ricordato come all’Ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda — struttura privata accreditata di eccellenza sul Garda — l’investimento sull’intelligenza artificiale sia partito già quattro anni fa, in anticipo rispetto alla gran parte delle strutture pubbliche e private italiane, e ancora prima che l’AI Act europeo fissasse le regole del gioco. Un vicentino, insomma, che ha visto lontano quando guardare lontano non era ancora di moda.

Agenas sta costruendo la piattaforma nazionale “Mia”, basata sull’AI, per supportare i medici di famiglia nella gestione dei pazienti cronici sul territorio. Un progetto silenzioso, come sono spesso i progetti che funzionano davvero.

I primi laureati di Humanitas che uniscono Medicina e Ingegneria Biomedica sono già sul mercato: sono, dice qualcuno con una punta d’orgoglio, «nativi AI». Il futuro è già qui. Il guaio è che il presente non è ancora pronto ad accoglierlo. Solo il 30% dei medici si dichiara formato in materia. Gli altri usano uno strumento potente senza sapere bene come funziona, come può sbagliare, dove finiscono i dati che ci mettono dentro.

Il dottor Passuello aveva la sua borsa e il suo foglietto. Bastava fidarsi. Oggi la borsa è diventata un algoritmo, e il foglietto è una schermata. Fidarsi è ancora la cosa giusta da fare — ma solo dopo aver capito di cosa, esattamente, ci si sta fidando.

 

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