La prescrizione allo yogurt

di Arrigo Abalti · Novembre 27, 2025

Mentre il veneto sta ancora votando, il DG Annichiarico risolve a modo suo il nodo delle liste d’attesa

 

Il direttore generale della sanità veneta ha trovato un modo tutto suo per affrontare le liste d’attesa: non potenziare le agende, non assumere personale, non investire un euro. No. Lui fa scadere la ricetta. Letteralmente. Il decreto che ha firmato il 24 novembre 2025  – giusto mentre si stavano chiudendo le urne e iniziava lo spoglio che avrebbe visto il trionfo di Alberto Stefani, strano no? –  stabilisce che le prescrizioni con priorità B durano venti giorni. Una ricetta urgente che ha la stessa data di scadenza di uno yogurt da discount. A venti giorni sei già oltre: il sistema non ha trovato posto, il paziente ha chiamato il CUP, il CUP ha risposto che le agende sono piene, e la ricetta, poverina, è morta.

La scena è ormai chiara a tutti: se il sistema non è in grado di garantire una visita entro i dieci giorni previsti dalla priorità breve, non c’è alcun problema. Si riduce la validità della ricetta. Non è il servizio che deve funzionare: è il cittadino che deve correre. Se non ce la fa, scade il suo diritto, non la responsabilità del sistema. Una logica che farebbe arrossire perfino un ufficio postale degli anni Settanta. Il sistema che fa il dito medio al cittadino.

E fin qui sarebbe abbastanza, ma c’è di più. Il provvedimento arriva mentre il Veneto sta votando. Le urne ancora aperte, il  presidente ancora in attesa di proclamazione, e il “vecchio corso” sforna un decreto destinato a incendiare mezzo sistema sanitario. Il tempismo chirurgico con cui è stato firmato ricorda certe delibere dell’ultimo minuto, quelle approvate mentre la segretaria è già con il cappotto in mano.

Ed è qui che entra la parte più gustosa. Annicchiarico è in prorogatio. Stefani nei prossimi giorni, oltre a definire la nuova giunta, dovrà anche decidere le apicalità del Veneto, a partire da quella del DG emiliano.  Non è più nel pieno del suo mandato, non ha un orizzonte politico definito, è formalmente in gestione “ponte” in attesa che la nuova amministrazione decida cosa fare. In queste condizioni, forse — dicono in molti — la prudenza avrebbe suggerito di aspettare. Non l’assessore, perché Manuela Lanzarin è sempre stata un optional decorativo, ma almeno il nuovo Presidente, che questo provvedimento dovrà difenderlo davanti ai cittadini, agli operatori, alle aziende sanitarie e alla stampa. Un minimo di rispetto istituzionale, se non altro per chi poi se lo ritrova come prima grana sul tavolo.

E infatti così è: Alberto Stefani, insediato da pochi giorni, si trova già un pacco regalo dell’ancient regime, con tanto di fiocco: una misura impopolare, tecnicamente fragile, politicamente insensata e comunicativamente disastrosa. Un decreto che nessuno ha chiesto, che pochi capiscono, e che molti contestano già ora. Una stretta amministrativa che non migliora i tempi delle visite, ma accorcia la vita delle ricette. E che scarica sui malati l’inefficienza di un sistema che da anni non riesce a garantire ciò che promette.

Ora, di fronte a questa perla normativa, la Regione potrà arrampicarsi sugli specchi parlando di “ottimizzazione delle risorse”. Ma la realtà è banale: si è preferito colpire l’anello più debole — il cittadino — anziché intervenire sulla macchina organizzativa. Si è scelta la via più breve, più comoda e meno costosa. E guarda caso, quella che non richiede di assumersi responsabilità vere.

Così resta l’immagine simbolica di questo decreto: non un miglioramento, non una riforma, non un investimento. Solo una ricetta che scade. Come lo yogurt. Ma con una differenza: quando lo yogurt scade, nessuno ha il coraggio di dire che è colpa del cliente. Qui sì.

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