LA PROCREAZIONE ASSISTITA IN VENETO: IL DIRITTO DIMEZZATO

di Arrigo Abalti · Maggio 12, 2025

La procreazione assistita entra nei LEA, ma in Veneto solo un centro su 19 è accreditato

La grande rivoluzione è servita. La procreazione medicalmente assistita nei LEA. Ventuno anni di attesa per un diritto che sulla carta sembra finalmente universale: dal primo gennaio 2025, con un ticket tra i cento e i trecento euro, addio alle spese folli per chi sogna un figlio. “Sulla carta”, appunto.

“Le persone mentono, i numeri no“, diceva Vivian Harmon nella “Regina degli scacchi”. E i numeri, quelli veri, raccontano un’Italia spezzata in due: il 52% dei centri in quattro regioni, il 70% dei cicli in cinque. Un terzo delle donne con la valigia in mano per curarsi altrove. Percentuale che sale al 38% per l’eterologa. La solita Italia: un Paese che concepisce diritti universali e li realizza a macchia di leopardo.

Poi c’è il Veneto. Il famoso “modello Veneto” della sanità. Quello sbandierato in ogni convegno, quello che dovrebbe insegnare all’Italia come si governa. Bene: diciannove strutture, una sola convenzionata. Una sola. Le altre? Private. Privatissime. Con costi che toccano migliaia di euro. È questo il modello che fa scuola?

Il nostro Veneto, quello dell’efficienza e dei primati, scopre di avere un tallone d’Achille proprio quando si parla di fertilità. E intanto la Regione perde soldi – i numeri li forniremo in seguito – per curare i suoi cittadini in Lombardia ed Emilia. Un’emorragia di pazienti e risorse che fa a pugni con la tanto decantata autonomia.

L’età media delle aspiranti madri venete? Sopra i 37 anni, ben oltre la media nazionale ed europea. Un dato che fa stringere il cuore. Perché dietro quei numeri ci sono anni di tentativi, di attese, di speranze. E quando finalmente arriva la legge che promette un accesso equo alle cure, ecco che manca la rete per renderla concreta.

In Consiglio regionale la consigliera Bigon parla di “occasione mancata”. Le associazioni dei pazienti lanciano l’allarme. E dalla Direzione Generale della Sanità veneta? Il solito mantra: stiamo lavorando su un nuovo piano di accreditamento, abbiamo in programma, entro l’estate… La liturgia dell’annuncio che sostituisce la sostanza delle azioni.

Intanto il fenomeno cresce: dal 2005 i trattamenti sono aumentati del 118%, con un balzo medio annuo del 7%. Nel 2022 oltre 87mila coppie trattate e quasi 17mila bambini nati grazie alla PMA, il 4,3% delle nascite italiane. Numeri che raccontano un bisogno reale, non un capriccio.

E mentre la stampa nazionale celebra l’ennesima rivoluzione di carta, nelle sale d’attesa dei pochi centri convenzionati le liste si allungano all’infinito.

Il centro di Padova è un’eccellenza nazionale, su questo non ci piove. Ma una rondine non fa primavera, e un centro non fa una rete. Manca il sistema, manca la visione. E intanto per le coppie venete il diritto alla genitorialità resta a metà strada tra la promessa e la realtà.

Per non parlare del vulnus delle donne single, con la Consulta chiamata a pronunciarsi sul divieto di accesso alla PMA. Un’altra pagina della travagliata storia della legge 40 che si prepara a essere scritta.

La verità? Si preferisce la retorica dei titoli alla prosa dei fatti. Meglio l’annuncio della sostanza. E così anche questa volta rischiamo l’ennesima occasione mancata. Un diritto riconosciuto sulla carta ma negato nella pratica.

Il “modello Veneto” ha bisogno di un upgrade dí modernità e  tanta strada da fare. Sempre che la vogliano fare davvero.
Altrimenti, possiamo metterci tranquilli: la prossima riforma epocale sarà dietro l’angolo. Peccato che anche quella, probabilmente, resterà nella palude tra il dire e il fare.​​​​​​​​​​​​​​​​

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