La repubblica delle vetrofanie

di Arrigo Abalti · Marzo 8, 2026

La multa alla vetrina vuota è la confessione di chi non sa cosa fare con il centro storico

 

C’è una scena che Kafka non avrebbe scritto perché gli sarebbe sembrata troppo. Un Comune che, davanti a una via commerciale svuotata come un presepe smontato il 7 gennaio, decide che il problema non sono le serrande abbassate ma le vetrine senza tenda. Non il corpo, insomma. Il vestito. Non la morte. Il cofano aperto.
Vicenza, città di Palladio e di logge armoniose, ha trovato la sua risposta alla crisi del commercio urbano: la vetrofania obbligatoria. Quindici giorni per coprire la vergogna. Pellicole opache, pannelli decorativi, l’estetizzazione del fallimento. È come se un medico, davanti a un paziente con la cancrena, prescrivesse una calza a compressione. Elegante. Inutile. Fatale.
Il punto non è la norma in sé — coprire le vetrine abbandonate ha una sua logica minima, quasi igienica. Il punto è l’ordine delle priorità. A Palazzo Trissino sanno benissimo — o dovrebbero — che un negozio non chiude per vocazione. Chiude perché i plateatici costano, perché i parcheggi mancano o sono lontani abbastanza da scoraggiare anche il cliente più motivato, perché gli affitti del centro storico sono stati drogati per anni da rendite parassitarie che nessuna amministrazione ha mai avuto il coraggio di toccare. Chiude perché aprire un’attività in centro oggi significa scommettere su un mercato reale — clienti in carne e ossa, abitudini d’acquisto, concorrenza digitale — con una zavorra normativa e fiscale che nessun algoritmo di Amazon si è mai trovato a pagare.

Cosa si può fare? Molto.

Si può azzerare il costo dei plateatici per chi apre nei locali sfitti da oltre un anno. Si può sperimentare un registro degli affitti commerciali calmierati, con incentivi fiscali ai proprietari che li applicano. Si possono creare zone franche temporanee nel cuore della città, dove chi rischia — e rischiare in un centro storico dove la sicurezza è diventata un tema reale significa rischiare in tutti i sensi, pelle compresa — viene premiato, non solo tollerato. Si può costruire un pacchetto organico: meno burocrazia, parcheggi gratuiti nelle ore di punta per chi fa acquisti documentati, agevolazioni sui dehors, semplificazione delle licenze. Politiche commerciali liberali, insomma, nel senso vero del termine: che tolgono ostacoli invece di aggiungerne.
Invece no. Si parte dalla multa. Si parte dal divieto. Si parte dalla sanzione come prima risposta, come strumento principe, come se punire il proprietario di un locale già disperato fosse la leva giusta per far ripartire un ecosistema commerciale in crisi strutturale.
E qui sta il vero problema, più profondo della norma stessa. Questa misura ha l’odore inconfondibile della scrivania. Ha la forma mentis del funzionario grigio che alle cinque di pomeriggio deve portare qualcosa al dirigente, qualcosa che si possa scrivere in una delibera, qualcosa che non costi, che non disturbi, che non obblighi nessuno a scegliere davvero. Qualcosa che aiuti l’assessore a dimostrare che sta facendo qualcosa. La vetrofania obbligatoria è la scelta di chi non ha ricevuto indicazioni politiche, e allora regola. Di chi non ha una visione da tradurre in atti, e allora vieta. È amministrazione allo stato puro, in stile borbonico, nel senso più triste del termine: procedure senza progetto, norme senza narrazione, decoro senza destino.
Manca la politica. Manca quella cosa rara e necessaria che è un un assessore capace di alzarsi in piedi e dire: ecco come voglio che sia questa città tra dieci anni, ecco il modello di centro storico che mi sono immaginato, ecco il patto che propongo ai commercianti, ai proprietari, ai cittadini. Il respiro lungo. La scommessa. La responsabilità di decidere sapendo che si può sbagliare. Invece c’è la circolare. Invece c’è il regolamento di polizia urbana aggiornato al paragrafo sulle vetrine.
La vetrofania coprirà la vetrina. Non coprirà l’imbarazzo di una città che ha confuso il decoro con la politica economica, e il funzionario diligente con il progetto di sviluppo che manca.​​​​​​​​​​​​​​​​

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