CENTOGIORNI

di Redazione · Marzo 7, 2026

Il Comune di Vicenza ha 100 giorni per finire 19 progetti PNRR. Napoleone ne aveva 100 per perdere Waterloo. I precedenti non incoraggiano

 

Arriva il momento nella vita di ogni amministrazione pubblica italiana in cui il PNRR smette di essere un’opportunità e diventa una confessione. Quel momento è adesso, e il Comune di Vicenza lo ha messo per iscritto con la precisione di chi sa che i conti non tornano ma li presenta comunque, perché in fondo è questo che si fa: si presenta, si spiega, si rassicura. Poi si vedrà.
I numeri sono questi: 170 progetti, 57 milioni di euro, 19 cantieri da chiudere entro il 30 giugno. Cento giorni. Il Comune ha speso il 54,8% delle risorse. Tradotto in italiano semplice: quasi la metà dei soldi deve ancora diventare cemento, intonaco, piastrelle, collaudo e rendicontazione — quella parola che nell’universo PNRR vale più del progetto stesso, perché un cantiere finito ma mal rendicontato è, agli occhi di Bruxelles, un cantiere mai iniziato.
Ma il dettaglio che vale più di tutti gli altri è nascosto in fondo all’articolo, in quella piccola sezione dedicata agli asili nido. Sei progetti aggiunti in extremis, a fine 2025, con scadenza a dicembre. Aggiunti. In extremis. Mentre gli altri non erano ancora finiti. È il gesto del giocatore di poker che rilancia senza guardare le carte: non perché abbia un piano, ma perché rinunciare ai fondi europei è politicamente impossibile, come rinunciare alla torta di compleanno anche quando si è già mangiato il primo, il secondo e il dessert. Lo stomaco protesta. La mano prende la forchetta lo stesso.
Il PNRR, va ricordato, nasce come il più grande piano di investimenti europeo del dopoguerra. Mario Draghi lo presentò come «il momento hamiltoniano dell’Europa» — citazione colta, suggestiva, e come tutte le citazioni colte nella politica italiana, destinata a fare una fine grama. Hamilton costruì le istituzioni americane. Noi stiamo ancora discutendo se il cantiere di viale Roma finisce per giugno.
E poi ci sono i 313 milioni complessivi — tra PNRR, fondi nazionali, cofinanziamenti privati — che l’operazione ha attivato sul territorio. Un numero che nelle conferenze stampa fa sempre effetto, come quei ristoranti che ti dicono che il loro filetto viene da una mucca allevata a musica classica: tecnicamente vero, praticamente irrilevante, emotivamente efficace. Di quei 313 milioni, 43 vengono dal Piano nazionale di resilienza. Gli altri arrivano da altre fonti, comprese le casse comunali — quei 5,4 milioni che il Comune ha dovuto tirare fuori di tasca propria per coprire aumenti di costo e varianti. Il contributo europeo, insomma, è come il sole d’agosto: tutti lo invocano, ma a pagare il conto dell’ombrellone sei sempre tu.
L’unico ambito arrivato a zero spendito è il sociale. In un paese normale sarebbe una notizia. In Italia è una nota a margine, perché il sociale — i centri per l’impiego, i servizi alle persone, le politiche di inclusione — è l’ambito che si taglia per primo quando mancano i soldi e si finanzia per ultimo quando i soldi arrivano. È la legge di gravità della spesa pubblica italiana: tutto cade verso il basso tranne le priorità dichiarate, che restano miracolosamente sospese.
Cento giorni. Diciannove progetti. Cinquantaquattro virgola otto percento delle risorse spese.
Napoleone a Waterloo aveva i prussiani. Vicenza ha la rendicontazione europea.
Non è detto che sia più semplice.​​​​​​​​​​​​​​​​

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