L’aritmetica consolatoria della sanità

di Arrigo Abalti · Giugno 8, 2025

 

Nel panorama della sanità pubblica italiana si è sviluppata una nuova disciplina che potremmo definire “aritmetica consolatoria”. In questo affascinante campo di studi, -465 milioni di euro si trasformano in un successo perché l’anno precedente il deficit toccava i -480 milioni. È la stessa logica per cui precipitare dal quinto piano diventa un trionfo rispetto al sesto: l’impatto con la realtà rimane identico, ma la narrazione cambia tutto.

Prendiamo l’esempio dell’Ulss 3 Serenissima, che chiude a -150,7 milioni nel 2024, contro i -175,4 dell’anno precedente. In questa nuova algebra amministrativa, questo rappresenta un miglioramento sostanziale. È come sostenere che una febbre a 39 gradi sia praticamente una guarigione rispetto ai 40 dell’anno scorso – mentre il paziente continua a delirare nel suo letto d’ospedale. L’assessore Manuela Lanzarin, con l’eleganza di chi ha scoperto una nuova legge fisica, ci illustra come “i conti migliorano”. Anche il Titanic, tecnicamente, ha migliorato la sua situazione: a un certo punto ha smesso di affondare. Il dettaglio che giacesse già sul fondo dell’Atlantico è evidentemente un tecnicismo trascurabile.

Il capolavoro di questa nuova matematica si manifesta con “Azienda Zero”, quell’entità che doveva rappresentare il cervello pensante della sanità veneta. Chiude con un deficit di 446,9 milioni, in “netto miglioramento” rispetto ai 468,5 milioni dell’anno precedente. È la logica del ladro gentiluomo: se invece di rubarti mille euro se ne prende “solo” novecento, dovremmo forse ringraziarlo per la sua moderazione? Ma qui emerge una questione che meriterebbe maggiore attenzione: dove sono gli atti ufficiali che certificano questi numeri? In altre realtà amministrative, quando si discute di bilanci sanitari, si esibiscono le carte, si analizzano le voci di entrata e uscita, si garantisce trasparenza totale. Troppo spesso, invece, tutto si riduce a comunicati stampa e dichiarazioni, come se i numeri fossero articoli di fede piuttosto che il risultato di scelte amministrative precise.

Mentre si celebrano questi “progressi” statistici, emerge una realtà documentata da inchieste giornalistiche che racconta una storia diversa. Il Veneto, che vanta il 55% di codici bianchi e verdi nei pronto soccorso (teoricamente non urgenti), nasconde dietro questa statistica un sistema che mostra evidenti criticità. L’inchiesta di Report “Inferno pronto soccorso” ha rivelato pazienti ammassati sui sedili, medici “gettonisti” che comportano costi elevati, e un sistema che sembra privilegiare l’assistenza privata rispetto al rafforzamento del pubblico.

Forse l’opacità sui documenti ha una ragione precisa. Se si andassero a esaminare gli atti ufficiali, potrebbero emergere elementi che complicano la narrazione del miglioramento. Potremmo scoprire l’entità dei trasferimenti statali durante il governo Meloni, potremmo comprendere che dietro il presunto progresso si nascondono dinamiche più complesse di maggiori entrate ma anche di maggiori sprechi sistemici.

L’inchiesta giornalistica ha illuminato un paradosso economico significativo: il Veneto spende 115 milioni annui per i “gettonisti” esterni, una cifra che supera persino quella della Lombardia. Invece di assumere personale strutturato, si preferisce sostenere costi elevati per medici a gettone – fino a 80-90 euro l’ora per turni di dodici ore. Una scelta economica che contribuisce a spiegare i conti in rosso del sistema sanitario regionale.

Giuseppe Busia dell’ANAC ha definito “discutibile” questa pratica, ma evidentemente si continua a praticarla perché politicamente più comoda, anche se economicamente più onerosa. La realtà documentata è cristallina: si preferisce sostenere il sistema privato piuttosto che costruire un servizio pubblico più solido e sostenibile nel tempo.

Il 55% di codici bianchi nei pronto soccorso non è un dato casuale: rappresenta la conseguenza diretta delle criticità nella gestione dell’assistenza territoriale. Quando il medico di famiglia non è disponibile, dove si dirige il cittadino? Al pronto soccorso, naturalmente. Si crea così un circolo vizioso perfetto: meno medici di base disponibili, più accessi impropri ai pronto soccorso, maggiori costi per l’intero sistema. Ma nell’aritmetica consolatoria questo nesso causale rimane spesso inspiegato.

Naturalmente, se qualcuno osa far notare che mezzo miliardo di rosso non costituisce necessariamente un successo, la responsabilità ricade sulle “polemiche” e sui “contagiosi”. Non sui possibili malfunzionamenti sistemici, ma su chi li evidenzia. È quello che potremmo chiamare la sindrome del termometro: se lo strumento indica la febbre, la soluzione più semplice è distruggere il termometro stesso.

Il “gruzzolo” di 5,3 milioni celebrato di fronte a un rosso di 465 milioni equivale a vantarsi dei centesimi risparmiati mentre la casa va all’asta. Ma nell’algebra di questa nuova matematica amministrativa, evidentemente, 5,3 pesa più di 465. Sarà una questione di prospettiva, o forse di fisica quantistica applicata alla contabilità pubblica.

La questione fondamentale rimane irrisolta: perché non vengono specificati gli atti cui ci si riferisce quando si proclamano questi risultati? Dove sono le delibere di giunta? I verbali dei consigli di amministrazione delle aziende sanitarie? La documentazione che dovrebbe supportare ogni cifra dichiarata? È certamente più semplice pronunciare numeri in conferenza stampa, ma i dati della sanità pubblica dovrebbero essere accompagnati da verifiche ufficiali e trasparenti.

Questa carenza di trasparenza non rappresenta un dettaglio tecnico: è il cuore di un problema più ampio. Quando i cittadini non possono verificare autonomamente i dati che li riguardano, quando i numeri della sanità pubblica diventano materia di fede piuttosto che di verifica documentale, il sistema democratico si indebolisce. E il sospetto è che questo sia precisamente l’obiettivo di chi preferisce l’opacità alla chiarezza.

In questo bailamme di cifre che danzano al ritmo della comunicazione istituzionale, una certezza rimane: i cittadini veneti pagheranno il conto reale di queste scelte. Perché quando i giochi di prestigio della comunicazione terminano, i 465 milioni di rosso non svaniscono magicamente – si trasformano in tasse più elevate, tagli ai servizi, liste d’attesa che si allungano progressivamente.

Il paradosso finale è che questo sistema si perpetua attraverso il classico gioco delle tre carte della politica contemporanea: si trasformano i problemi in successi statistici, poi si lascia la gestione delle conseguenze ai successori. L’assessore Lanzarin, che non sarà più in carica il prossimo anno, potrà così godersi il meritato riposo ricordando i propri “miglioramenti”, mentre qualcun altro dovrà spiegare ai cittadini perché la sanità pubblica presenta ancora criticità evidenti. È il copione più antico della politica: negare i problemi, mascherarli con la retorica dei numeri, scaricarli al successore. Ma soprattutto, evitare accuratamente di mostrare le carte, di rendere pubblici gli atti, di garantire quella trasparenza che permetterebbe ai cittadini di comprendere davvero cosa accade al loro sistema sanitario.

Tutto questo accade nel silenzio distratto di un’opposizione che sembra essersi rassegnata al ruolo di comparsa. Dove sono le interrogazioni dettagliate sui 115 milioni spesi per i gettonisti? Le richieste sistematiche di accesso agli atti sui bilanci delle aziende sanitarie? Le commissioni d’inchiesta sui pronto soccorso che mostrano evidenti criticità? L’opposizione consiliare si limita troppo spesso a comunicati di circostanza invece di svolgere il proprio ruolo costituzionale: controllare, verificare, denunciare le contraddizioni del sistema.

La matematica dell’impossibile che governa la sanità pubblica ci insegna che, come nella fisica quantistica, l’osservazione può modificare la realtà osservata. La differenza sostanziale è che in fisica questa rappresenta una scoperta rivoluzionaria che ha cambiato la nostra comprensione dell’universo. In politica sanitaria, rischia di essere semplicemente un inganno travestito da competenza amministrativa, dove i numeri vengono piegati alle esigenze della narrazione piuttosto che alla verità dei fatti.

A pagare il conto finale – quello autentico, non quello dei comunicati stampa – sono sempre gli stessi: i cittadini, celebrati dalla retorica istituzionale ma evidentemente non abbastanza rispettati da meritare la piena trasparenza sui numeri che determinano la qualità della loro assistenza sanitaria.

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