L’assenza inaccettabile: quando il Veneto scompare dal cuore della sanità italiana

di Arrigo Abalti · Maggio 31, 2025

Nessun veneto nel nuovo Consiglio Superiore della Sanità.
Mentre le eccellenze di Padova e Verona salvano vite in tutto il mondo, la politica regionale le condanna all’invisibilità nazionale. Un’occasione perduta che costa cara al futuro della sanità italiana

 

C’è un vuoto che fa rumore nelle corsie degli ospedali veneti. È il silenzio di chi dovrebbe parlare ma non c’è, la voce che manca nel coro più nobile della sanità nazionale. Il nuovo Consiglio Superiore di Sanità per il triennio 2025-2028 è stato costituito, e del Veneto non c’è traccia. Nemmeno l’ombra.
Trenta posti, trenta nomi illustri della medicina italiana. E zero veneti. Come se il territorio che ha fatto della sanità un’eccellenza mondiale fosse improvvisamente svanito dalla geografia sanitaria del Paese.
Ma la colpa, stavolta, non è di Roma. È nostra.
Il Consiglio Superiore di Sanità non è un circolo di notabili. È il cervello tecnico del Ministero della Salute, l’organo che orienta le scelte strategiche sulla salute degli italiani. Qui si decidono i protocolli, si valutano i farmaci, si tracciano le linee guida che poi diventano prassi negli ospedali. È il tavolo dove si scrive il futuro della medicina italiana.
Eppure, sfogliando l’elenco dei nuovi membri, il Veneto appare come un territorio inesistente. Ci sono Alberto Mantovani e Giuseppe Remuzzi da Milano, Annamaria Colao da Napoli, i romani Sergio Alfieri e Massimo Andreoni. Nomi che contano, cervelli che pesano. Ma tra questi non figura Umberto Cillo, il chirurgo epatobiliare che ha rivoluzionato la chirurgia epatica mondiale e reso Padova un punto di riferimento assoluto per i trapianti di fegato, con oltre 2.500 interventi all’attivo e tecniche innovative che hanno fatto scuola.

Non c’è Federico Rea, il pioniere della chirurgia toracica che ha introdotto a Padova le tecniche mini-invasive per il trattamento dei tumori polmonari, diventando un modello per l’Europa. Manca Gino Gerosa, il cardiochirurgo di fama internazionale appena insignito della Medaglia d’Oro dal Presidente della Repubblica per i suoi contributi alla chirurgia delle cardiopatie congenite, che ha salvato migliaia di bambini con interventi considerati impossibili. Assenti Angelo Paolo Dei Tos, anatomopatologo di riferimento mondiale per i sarcomi dei tessuti molli, le cui diagnosi orientano i protocolli terapeutici in tutta Europa, e Rosario Rizzuto, ex rettore dell’Università di Padova e luminare della biologia cellulare, i cui studi sui meccanismi di invecchiamento cellulare hanno aperto nuove frontiere nella ricerca oncologica.
Nomi che hanno fatto la storia della medicina. Che hanno trasformato il Veneto nel territorio con i migliori Livelli Essenziali di Assistenza d’Italia. Che generano un indotto di oltre 12 miliardi di euro e danno lavoro a 60mila persone.

Il paradosso diventa ancora più stridente quando si confronta questa situazione con il mandato precedente: nel Consiglio 2021-2024 il Veneto aveva ben cinque rappresentanti. C’erano Claudio Cobelli, luminare dell’ingegneria biomedica di Padova e pioniere degli studi sui sistemi di controllo glicemico; Carlo Foresta, punto di riferimento mondiale per l’andrologia e la medicina della riproduzione; Massimo Rugge, anatomopatologo di fama internazionale e responsabile scientifico del Registro regionale tumori; Paolo Pederzoli, il chirurgo che ha rivoluzionato la chirurgia pancreatica e ideato il primo Pancreas Center italiano; Domenico De Leo, autorità indiscussa della medicina legale veronese. Cinque cervelli di livello mondiale che rappresentavano degnamente l’eccellenza veneta.

Oggi, il vuoto totale. Da cinque a zero in un solo mandato. Fantasmi, per il Ministero della Salute.
Non è un complotto. Non è ostilità centralista. È, più banalmente, il frutto di anni di politica miope, tutta chiusa nei propri confini regionali. Il Veneto ha costruito un sistema sanitario d’eccellenza e poi si è fermato lì, a contemplarlo. Ha celebrato i successi senza mai pensare di trasformarli in influenza nazionale.
Mentre Lazio e Lombardia piazzavano rispettivamente 12 e 7 membri nel Consiglio, tessendo reti e coltivando relazioni, il Veneto restava arroccato nel proprio orticello. Difendeva le proprie prerogative regionali senza mai alzare lo sguardo oltre il Piave. Un localismo soffocante che ha trasformato l’eccellenza in isolamento, trascinando la regione da cinque rappresentanti a zero in un solo colpo.
I numeri gridano vendetta: il Policlinico di Padova è primo in Italia per complessità assistenziale, l’Università forma medici che fanno scuola nel mondo. Ma senza una politica che li sostenga a livello nazionale, questi successi restano folklore locale. Belle storie da raccontare nelle cene tra amici, mentre gli altri scrivono le regole del gioco.

La lezione è brutale ma necessaria: non basta essere bravi, bisogna saperlo far sapere. Non basta eccellere, serve farsi riconoscere. Il Veneto ha medici di caratura mondiale ma è rimasto senza voce nei luoghi che contano. Ha costruito un sistema sanitario invidiabile ma non è riuscito a trasformarlo in peso politico.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre Milano e Roma occupano le poltrone che contano, Padova e Verona restano a guardare. I nostri luminari continuano a salvare vite e a fare ricerca d’avanguardia, ma quando si tratta di decidere il futuro della sanità italiana, la loro voce non si sente.
Questa esclusione dal Consiglio Superiore di Sanità deve suonare come un campanello d’allarme per la classe dirigente veneta e un’agenda per la campagna elettorale che è già iniziata.
Non si può più navigare a vista, cullati dai propri successi regionali. Serve una strategia nazionale, serve costruire alleanze, serve fare massa critica. Non si può passare da cinque membri a zero senza che nessuno se ne accorga, senza che nessuno muova un dito.
Umberto Cillo, Giuseppe Gerosa, Vincenzo Rizzuto e gli altri hanno il diritto di sedere al tavolo dove si decide la sanità italiana. E sicuramente molti altri che non citiamo per questioni di spazio. E non lo meritano per campanilismo, ma perché il loro contributo può fare la differenza per milioni di pazienti. Il Veneto ha le competenze per influenzare le scelte sanitarie nazionali, ma ha bisogno di una politica che le sostenga. E la politica si sta occupando d’altro.
Il silenzio di oggi non deve diventare l’abitudine di domani. Il prossimo triennio deve trovarci pronti, con una strategia chiara e una visione nazionale. Perché l’eccellenza senza riconoscimento è solo un talento sprecato. E il Veneto non se lo può permettere. Non dopo essere passato da cinque rappresentanti a zero. Non dopo aver dimostrato al mondo intero cosa significa fare sanità d’eccellenza.
Il campanello d’allarme è suonato. Forte e chiaro.

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