di Arrigo Abalti · Dicembre 28, 2025
Viaggio nel nuovo Far West del welfare: dove lo Stato si ritira, i fondi avanzano
TREVISO – Cominciamo dalla fine. Anzi, dal futuro. Il tuo futuro, il mio futuro, il futuro di chiunque abbia la fortuna (o la sfortuna, dipende dai punti di vista) di invecchiare in questo Paese. Tra dieci, quindici, vent’anni, quando avremo bisogno di assistenza, quando non saremo più autosufficienti, quando toccherà ai nostri figli trovarci un posto dove invecchiare con dignità, scopriremo che quel posto costa. Costa tanto. E che dietro quel costo c’è qualcuno che, già oggi, sta costruendo un impero. Un impero fatto di holding, società immobiliari, fondi di investimento, e persino – perché no – società ungheresi. Tutto nella provincia di Luca Zaia, Treviso.
Benvenuti nel nuovo welfare italiano. O meglio: nel nuovo badfare italiano.
L’operazione
La storia che comincia la scorsa primavera, in zona Fonderia, nella montagna dove nasce il Piave, in provincia di Treviso. Nasce Peralba Health Care, società per azioni dedicata ai servizi di assistenza, “prevalentemente incentrata sugli anziani”, e alla gestione delle case di riposo. Obiettivo dichiarato: “investire in maniera organica e massiccia in un settore strategico e centrale del welfare futuro, nel quale il pubblico arranca”.
Notate l’espressione: “nel quale il pubblico arranca”. Non “dove il pubblico non c’è più”, non “dove il pubblico ha fallito”. No: “arranca”. Come a dire: lo Stato fa quel che può, ma non ce la fa. E allora ci pensiamo noi. Naturalmente a pagamento.
I protagonisti
Chi sono questi “noi”? Cominciamo dall’alto. Presidente: Claudio De Nadai, già presidente di Unindustria Treviso, direttore e consigliere di Labomar, fondatore di BModel. Uno che quando parla di soldi sa di cosa parla. Amministratore delegato: Enrico Baretta. Vicepresidente: Paolo Giopp. Consiglieri: Luciano Favero e il vicentino Sante Bressan. Gente con curriculum prestigiosi, esperienza nel management aziendale, organizzazioni sanitarie di primo livello.
Collegio sindacale: presidente Andrea Fasan, con Stefano Bordin e Antonio Schirato. Supplenti Alberto Dalto e Luca Zannoni. Revisore legale Michele Graziani.
Professionisti seri, competenti, rispettabili. Nessuno mette in dubbio la loro capacità. Il punto non è chi sono. Il punto è cosa stanno costruendo. E soprattutto: perché.
I soldi (tanti)
Dodici soci, capitale sociale: 12,5 milioni di euro. Non spiccioli. Soldi veri, investiti con cognizione di causa in un settore che – loro lo sanno – è destinato a esplodere. Vediamo chi ha messo mano al portafoglio.
Vesta Holding srl e Lbm holding srl, quindi Bertin ed i Locatelli, con altre parti che portano 1,5 milioni di capitale sociale.
Spazio Salute srl di Villorba (1,25 milioni): soci Giulia Bortot, Andrea Della Rovere, Marta Battaglia, Valerio Marchesi e Michele Sanginesi (amministratore unico).
Con un milione di capitale: Progress Invest holding srl di Asolo, di Dennis Bordin – la cui azienda di profili a Maser è ora controllata da un fondo straniero – e Maria Beatrice Paolin. Poi Diversity Investment srl di Padova, amministratore unico Franco Masenello.
A quota 700 mila euro: la mestrina Elemag, amministrata da Davide Spolaore, con Simone e Paolo Spolaore.
Con 500 mila euro: R.P. Industries di Casale, di Claudio Pellico e Monica Rigo (residenti a Quarto d’Altino); la RCL holding srl di Treviso dei trevigiani Roberto Della Pietà, Carla Pinarello, Chiara Pinarello e Nicola Pinarello Della Pietà; la Pop Società Semplice, padovana di Fontaniva, con soci il cittadellese Paolo Giopp (lo stesso del CdA, notate) ed i castellani Paolo Fior e Oriana Pelosin; la jesolana Lsa Real Estate di Stefano Aspesi e Rosario Ludzing.
E chiude la cordata – ciliegina sulla torta – una società ungherese: Asholpa Holdings. Perché quando si tratta di assistere gli anziani italiani, cosa c’è di meglio di una società ungherese? Sarà la vicinanza geografica. O forse è solo questione di ottimizzazione fiscale. Chi può dirlo.
Il piano (ambizioso)
Baretta, l’amministratore delegato, non fa giri di parole. Anzi, è di una franchezza quasi disarmante: “Il progetto è certamente ambizioso, vogliamo diventare uno dei player, non solo a Nord Est ma in tutto il Nord e fino alla Toscana.”
Player. Bella parola. Nel gergo del business significa “protagonista del mercato”. Nel linguaggio comune significa: vogliamo prendere una bella fetta di questa torta. E la torta, vedrete, è molto grossa.
“Abbiamo definito un piano industriale da qui al 2031” – continua Baretta – “che porterà la società a lavorare su tre fronti: l’acquisizione di strutture, la loro realizzazione con la partnership di importanti fondi immobiliari, e intese con altre realtà riconosciute e di primo livello, anche universitarie, con altre scuole e centri di formazione per reclutare e preparare adeguatamente gli organici delle strutture.”
Traduzione dal burocratese all’italiano: compriamo case di riposo che già esistono; ne costruiamo di nuove insieme a fondi immobiliari (che guadagnano affittando gli immobili alle Rsa); e facciamo accordi con università per avere personale formato, possibilmente a costo contenuto.
Il tutto – precisa Baretta – “in considerazione delle esigenze future legate all’invecchiamento e alle dinamiche demografiche”.
Dinamiche demografiche. Un’espressione elegante per dire: questo Paese sta invecchiando a velocità impressionante, e tra dieci anni avremo milioni di persone che avranno bisogno di assistenza. È un’emergenza nazionale. Ma per noi è un’opportunità di business.
I numeri (che fanno girare la testa)
Perché Peralba Health Care non nasce in un mercato inesplorato. Nasce in un mercato già florido, già consolidato, già pronto a esplodere.
In Veneto ci sono 347 strutture per anziani accreditate, che ospitano complessivamente 33.608 anziani. Più di trentatremila persone. Il 45% di questi ospiti è nella fascia dei non autosufficienti: quelli che hanno bisogno di assistenza continua, che non possono più badare a se stessi, che dipendono totalmente dalle cure di altri. E chi paga per loro? Il pubblico. Cioè noi, con le nostre tasse.
Il 40% degli ospiti, invece, se la cava ancora: sta relativamente bene, ma non può più vivere da solo. E questi pagano di tasca propria. Rette che vanno dai 2mila ai 4mila euro al mese, a seconda della struttura. Fate voi i conti: sono famiglie che bruciano pensioni, liquidazioni, risparmi di una vita.
E poi c’è il resto: quelli che aspettano nelle liste d’attesa del pubblico, quelli che si arrangiano con badanti più o meno regolari, quelli che resistono a casa finché possono, spesso a spese dei figli (quasi sempre figlie) che lasciano il lavoro per assistere i genitori.
Ma veniamo ai soldi veri. I principali player del mercato veneto (di nuovo questa parola) sono: Sereni Orizzonti di Udine, che fattura quasi 40 milioni di euro; i milanesi Gheron; il fondo Numeria; le straniere Emeis (ex Orpea, francese) e Medicasa.
Il settore, in Veneto, fattura circa 130 milioni di euro all’anno. Centotrenta milioni. Ogni anno. E – udite udite – secondo le previsioni degli esperti (cioè di chi in questo settore ci guadagna), “il numero crescerà per almeno una generazione”.
Una generazione intera di fatturato garantito. Non male, come investimento. Anzi: ottimo. Sicuro, stabile, in crescita. Meglio delle startup tecnologiche, meglio della finanza creativa, meglio di qualsiasi speculazione immobiliare. Perché si basa su una certezza matematica: gli italiani invecchiano. E invecchiando, hanno bisogno di aiuto. E per quell’aiuto, qualcuno pagherà.
Il trucco (che nessuno dice)
Qui viene il bello. Anzi, il brutto. Questi signori – persone serie, imprenditori rispettabili, professionisti di alto livello – non stanno facendo niente di illegale. Anzi, stanno facendo esattamente quello che il mercato chiede, quello che le famiglie cercano disperatamente, quello che lo Stato non riesce più a garantire.
Il problema non è loro. Il problema è il sistema. Un sistema che ha trasformato un diritto in una merce. Un business. Un sistema in cui invecchiare con dignità non è più un dovere dello Stato sociale, ma un servizio che si compra. Se hai i soldi.
Perché questo è il punto: Baretta ci tiene a sottolineare che “c’è sicuramente un aspetto economico, chi investe programma un ritorno adeguato, ma c’è nella sfida imprenditoriale anche un aspetto sociale”. Bellissimo. Commovente. L’aspetto sociale. Il servizio essenziale.
Peccato che “servizio essenziale”, nel linguaggio della Costituzione italiana, significhi qualcosa che lo Stato – la Regione in questo caso – deve garantire a tutti. Non qualcosa che si compra al mercato da chi se lo può permettere.
Ma qui sta il trucco. Lo Regione si è ritirato. Ha lasciato varchi enormi tagliato sull’assistenza, ha tagliato sui servizi sociali. E quando lo Stato si ritira, il mercato avanza. È la legge del capitalismo. Il vuoto viene riempito. Da chi? Da chi ha i soldi per investire. E da chi sa che quegli investimenti renderanno.
I numeri (che fanno paura)
Ma veniamo al dunque. Quanti sono gli anziani in Italia? E quanti saranno tra dieci, quindici, vent’anni?
Oggi gli over 65 sono circa 14 milioni. Tra dieci anni saranno 16 milioni. Tra vent’anni, 18 milioni. Quasi un terzo della popolazione. E di questi, una percentuale crescente sarà non autosufficiente: malati di Alzheimer, di Parkinson, reduci da ictus, persone che non possono più badare a se stesse.
Chi se ne prenderà cura? Le famiglie? Molte famiglie non ce la fanno già adesso. Figli che vivono lontani, che lavorano, che hanno a loro volta famiglia. E spesso sono le figlie che si sacrificano: lasciano il lavoro, rinunciano alla carriera, si prendono cura del genitore non autosufficiente. Con tutto il peso economico, fisico, psicologico che questo comporta.
Lo Stato? Ha delegato le Regioni, che hanno l’assistenza domiciliare, in teoria. In pratica, è insufficiente, frammentata, inadeguata. Un’infermiera che passa una volta alla settimana per mezz’ora non è assistenza. È un palliativo.
Le case di riposo pubbliche? Ci sono, certo. Ma le liste d’attesa sono infinite. E nel frattempo, cosa fai? Dove metti tua madre che ha l’Alzheimer e non può più stare sola? Dove metti tuo padre che ha avuto un ictus e ha bisogno di assistenza continua?
La risposta è semplice: nel privato. Se hai i soldi.
Il conto (che pagheremo)
E qui veniamo al punto. Quanto costa una casa di riposo privata? Dipende dalla struttura, dalla regione, dai servizi. Ma in media, si va dai 2mila ai 4mila euro al mese. Diciamo 3mila euro, per stare nel mezzo. Moltiplicato per dodici mesi: 36mila euro l’anno. Per quanto tempo? Dipende. Due anni, tre anni, cinque anni. Dipende da quanto si vive.
Facciamo un conto facile. Cinque anni di casa di riposo a 3mila euro al mese: 180mila euro. Centoottantamila euro. La pensione media in Italia è poco più di mille euro al mese. La liquidazione media è sui 40-50mila euro. Dove li prendi, centoottantamila euro?
Li prendi dai risparmi, se li hai. Li prendi vendendo la casa, se ce l’hai. Li prendi chiedendo aiuto ai figli, se possono. E se non hai risparmi, se non hai casa, se i figli non possono, che fai? Aspetti. Nella lista d’attesa del pubblico. E mentre aspetti, ti arrangi. Con una badante, se puoi permettertela. O peggio: da solo, finché reggi.
Questo è il nuovo welfare italiano. Questo è il badfare. Il welfare delle badanti, delle rette private, dei fondi di investimento, delle holding, delle società ungheresi.
L’inchiesta (che nessuno fa)
E allora viene da chiedersi: perché nessuno ne parla? Perché questa storia – che riguarda milioni di italiani, che riguarderà tutti noi tra qualche anno – resta ai margini del dibattito pubblico?
La risposta è semplice: perché fa comodo così. Fa comodo a molti politici, che non devono ammettere di aver smantellato lo Stato sociale. Fa comodo ai privati, che possono costruire i loro imperi senza troppi controlli. Fa comodo ai media, che preferiscono parlare d’altro.
E intanto, mentre nessuno guarda, mentre tutti fanno finta di niente, il badfare avanza. Peralba Health Care con i suoi 12,5 milioni di capitale. Sereni Orizzonti con i suoi 40 milioni di fatturato. I fondi Numeria, Emeis, Medicasa. Le holding, le società semplici, le partnership con fondi immobiliari. E le società ungheresi, che ci stanno sempre bene.
Avanzano comprando strutture, costruendo nuove Rsa, facendo accordi con università, reclutando personale. Tutto previsto, tutto pianificato fino al 2031. Mentre la Regione dorme. O fa finta di dormire.
La domanda (che resta senza risposta)
E allora la domanda è una sola: è questo il Veneto che vogliamo? Un Paese in cui invecchiare con dignità è un lusso per chi può permetterselo? In cui l’assistenza agli anziani è un mercato e non un diritto? In cui la Regione si limita a guardare mentre i privati costruiscono imperi sulla fragilità?
Oppure vogliamo ancora credere che esista un principio chiamato welfare? Un valore chiamato solidarietà? Un’idea chiamata Stato sociale? Che invecchiare non sia una colpa, ma una tappa della vita? E che assistere chi invecchia non sia un business, ma un dovere collettivo?
La risposta, al momento, ce la dà Peralba Health Care. Con i suoi 12,5 milioni, il suo piano industriale al 2031, le sue acquisizioni, le sue partnership, i suoi fondi immobiliari. Con la sua galassia di holding che va da Treviso a Padova, da Villorba a Quarto d’Altino, fino all’Ungheria.
La risposta è: il welfare è morto. Viva il badfare. Chi ha i soldi, compra. Chi non li ha, aspetta. E mentre aspetta, invecchia. E mentre invecchia, qualcun altro guadagna.
L’epilogo (che conosciamo già)
Tra dieci anni, quando toccherà a noi cercare un posto per i nostri genitori, scopriremo che quel posto costa. Costa tanto. E che le liste d’attesa del pubblico sono ancora più lunghe di oggi. E che l’assistenza domiciliare è ancora insufficiente. E che le famiglie sono ancora più sole.
E scopriremo che chi ha investito oggi nel settore delle case di riposo ha fatto l’affare del secolo. Perché aveva capito prima degli altri dove stava andando questo Paese. Aveva capito che i capelli bianchi sono il nuovo petrolio. Aveva capito che sulla fragilità si costruiscono imperi.
E noi? Noi pagheremo il conto. Come sempre. Con i risparmi, con le liquidazioni, con le pensioni, con le case vendute. O semplicemente con la dignità perduta, nell’attesa infinita di un posto che non arriva mai.
Questo è il Veneto del badfare. Benvenuti nel futuro. Il vostro futuro. Il nostro futuro. Un futuro che qualcuno, già oggi, sta comprando. Pezzo per pezzo. Anziano per anziano. Milione per milione.
Il resto, come al solito, lo pagheremo noi.



