Ma sai – davvero – cosa bevi?

di Redazione · Agosto 13, 2025

Vicenza e i Pfas: la narrazione ufficiale fa acqua da molte parti

Falda superficiale contaminata, rassicurazioni istituzionali e un’informazione arrivata ai cittadini solo dopo le pressioni politiche

 

In Veneto le emergenze ambientali non scoppiano: sedimentano. Zona Stazione di Vicenza: la falda superficiale, dieci-quindici metri sotto terra, contiene Pfas. Ma non è l’acqua che beviamo, rassicura il sindaco Possamai. La nostra sta a 120 metri. Quindi la chimica è diventata una turista educata che si ferma davanti al cartello “Acquifero profondo, ingresso vietato”.

Il copione è sempre lo stesso: distanza rassicurante (120 metri), problema vecchio (dal 2014), linguaggio muscolare (“potenti filtri”, “standard restrittivi”), frase talismano (“vigilano gli enti preposti”).

Ma la vera anomalia è un’altra: l’assenza di informazione ai cittadini, con un’Amministrazione che ha fatto della comunicazione massiccia una cifra stilistica. Perché tra i comunicati del Comune – dal saluto all’ambasciatore della Kamchatka alle danzatrici di Papua in visita – non è mai apparso nulla sull’acqua contaminata del cantiere Tav? Perché, se lo si sapeva da aprile, lo scopriamo solo oggi e solo dopo le pressioni, incalzanti, arrivate da destra e da -una parte- della sinistra?

E qui c’è un silenzio che fa rumore: quello degli ambientalisti e della sinistra antagonista, di solito sempre pronta a scendere in campo su queste battaglie. Assenti ingiustificati. E poi ci sono le Mamme No Pfas: le aspettiamo a Vicenza, nel capoluogo, a spiegare cosa stiamo rischiando. Perché i Pfas non hanno bussola politica.

Se va tutto bene, non c’era motivo di nasconderlo. Se non lo si è detto, forse bene non va.

Alla Miteni, all’inizio, dicevano la stessa cosa: “tutto sotto controllo”. Ci ricordiamo i comunicati e le conferenze stampa dei manager della multinazionale, poi tutti condannati in primo grado, poi si vedrà. Infatti, quando i Pfas sono arrivati dove non dovevano, il finale è stato scritto dalla magistratura e dalla geografia dell’inquinamento. I Pfas non hanno fretta, ma arrivano. E quando arrivano, non rispettano distanze né profondità.

La contaminazione, in queste storie, non è solo nell’acqua. È nella comunicazione che filtra le notizie più della falda stessa, e che consegna ai cittadini un bicchiere mezzo pieno di rassicurazioni e mezzo vuoto di verità.

Renzo Arbore, nel suo storico spot sulla birra degli anni Ottanta, poteva dire: “E sai cosa bevi”. A Vicenza, oggi, il problema è proprio questo: non lo sappiamo.

 

 

 

Domande senza risposta sui PFAS in zona Stazione

  1. Perché la popolazione non è stata informata subito?
    • Se i dati sulla presenza di Pfas nella falda superficiale erano noti da aprile, perché il Comune li comunica solo oggi?
    • Quali sono stati i motivi (politici, tecnici, strategici) di questo ritardo?
  2. Perché tra i comunicati ufficiali del Comune non compare nulla sul tema?
    • Decine di note stampa su eventi protocollari e culturali, ma nessuna parola su un’informazione di evidente interesse pubblico.
  3. Perché il cantiere Tav non è stato al centro di un confronto pubblico?
    • Le trivellazioni intercettano acqua contaminata: il rischio è stato discusso con la città o solo nei tavoli tecnici?
  4. Dove sono gli ambientalisti e la sinistra antagonista?
    • Su altri temi, mobilitazioni e manifestazioni non mancano. Perché qui il silenzio?
  5. E le Mamme No Pfas?
    • Dopo anni di battaglie nell’Ovest Vicentino, perché il capoluogo non è ancora stato coinvolto in una mobilitazione specifica?
  6. Qual è il vero rischio per la falda profonda?
    • Esiste un piano di prevenzione concreto per impedire che i Pfas raggiungano l’acquifero da cui attinge l’acqua potabile?
  7. Cosa ci insegna la storia della Miteni?
    • All’inizio, anche lì, si parlava di “pozzi a monte” e “tutto sotto controllo”. Sappiamo com’è finita.

 

 

Le criticità del testo di Possamai, suddivise in tre aree: tecniche, comunicative e politiche

Criticità tecniche

  • Falda superficiale già contaminata: il dato viene ammesso, ma minimizzato. La contaminazione è un fatto grave a prescindere dalla destinazione d’uso dell’acqua.
  • Distanza verticale come unico argomento di sicurezza: si fa leva sui 120 metri della falda profonda come se fosse una garanzia assoluta, ignorando il rischio di migrazione degli inquinanti nel tempo.
  • Presenza del cantiere Tav come fattore di rischio: le lavorazioni che intercettano acqua contaminata possono aumentare la possibilità di dispersione, ma questo punto è trattato in modo marginale.
  • Pfas già noti dal 2014: il problema è strutturale e cronico, non emergenziale, ma la sua persistenza indica l’assenza di una bonifica vera e di una strategia di risanamento.
  • Filtri e depurazione come soluzione provvisoria: i sistemi di filtraggio a carboni attivi risolvono il sintomo (acqua prelevata) e non la causa (contaminazione diffusa).
  • Standard “più restrittivi” rispetto alla legge: dato positivo, ma anche ammissione implicita che la legge vigente è troppo permissiva.

Criticità comunicative

  • Tono rassicurante eccessivo: il messaggio “non c’è pericolo” prevale sul “la situazione è grave ma sotto controllo”.
  • Uso di termini muscolari: “potenti”, “rigorosi”, “restrittivi” per dare l’impressione di sicurezza, senza spiegare limiti e rischi residui.
  • Assenza di scenari futuri: non viene affrontata la possibilità che i Pfas possano raggiungere la falda profonda in futuro.
  • Omessa analisi della dinamica di contaminazione: nessuna spiegazione su come i Pfas possano migrare tra le falde o attraverso le opere di scavo.
  • Evitato confronto con casi precedenti: si omette il parallelo con Miteni, nonostante il precedente storico drammatico nella stessa area geografica.
  • Messaggi di “fiducia totale”: frasi come “berrei senz’altro l’acqua del rubinetto” spostano il discorso su un piano emotivo, non tecnico.
  • Genericità sui controlli “gli enti preposti stanno monitorando”

Criticità politiche

  • Rischio di sottovalutazione pubblica: la comunicazione istituzionale minimizzante può portare a un abbassamento dell’attenzione e della pressione politica sul problema.
  • Rimozione del tema bonifica: non si parla di interventi strutturali di eliminazione o riduzione dei Pfas alla fonte.
  • Dipendenza dagli “enti preposti”: si delega la responsabilità, senza un ruolo politico proattivo nella gestione del rischio.
  • Mancanza di un piano di prevenzione per la falda profonda: nessuna indicazione di strategie di protezione oltre i controlli ordinari.
  • Assenza di responsabilità storica: non si menziona come e perché si sia arrivati a questa contaminazione, e chi dovrebbe risponderne.
  • Parallelismo con Miteni ignorato: il mancato richiamo a quella vicenda evita di evidenziare che anche lì le rassicurazioni iniziali finirono nel disastro ambientale.
  • Last but not least: che fine ha fatto la direttiva di Zaia sui PFAS Zero? Non vale anche per Vicenza?

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