di Arrigo Abalti · Luglio 19, 2025
Autonomia differenziata, promessa fatta ma non mantenuta. E Calderoli, lasciato solo, ne è il simbolo
Si dice che mille giorni siano il tempo giusto per giudicare un governo. Non troppi per essere indulgenti, non troppo pochi per essere ingiusti. E allora, a mille giorni esatti dall’insediamento di Giorgia Meloni, proviamo a fare i conti. Il centrodestra può vantare una certa stabilità – cosa non da poco, di questi tempi – e una credibilità internazionale riconquistata. Ma c’è una voce nel bilancio che segna rosso cupo. Una promessa sospesa che ha il sapore amaro del tradimento. Si chiama autonomia differenziata.
È una storia che merita di essere raccontata, perché dice molto del modo di fare politica in questo Paese. E dice molto, soprattutto, di come si trattino gli alleati quando diventano scomodi.
Ottobre 2022: Giorgia Meloni giura da Presidente del Consiglio. Giugno 2024: il Parlamento approva la legge quadro sull’autonomia, quella che porta la firma di Roberto Calderoli. Sembra tutto filare liscio, almeno in superficie. Poi arriva la Consulta – come sempre, in questo Paese, è la Consulta a fare i compiti che la politica non sa fare – e demolisce sette articoli della legge. Deleghe troppo vaghe, poteri senza limiti, scorciatoie procedurali. La solita fretta italiana, il solito voler bruciare le tappe senza guardare dove si mettono i piedi.
E così, oggi, luglio 2025, dell’autonomia differenziata non resta che un fantasma. Il governo ha promesso una nuova legge delega per maggio, ma di quella legge non si trova traccia. Non in aula, non in commissione, non nei cassetti dei burocrati. È evaporata come la nebbia al sole.
I LEP – questi benedetti livelli essenziali delle prestazioni – sono diventati il nuovo Arlecchino della commedia italiana. Tutti ne parlano, nessuno li ha mai visti. E intanto, il tempo passa.
E poi c’è qualcosa di struggente nella figura di Roberto Calderoli in questi mille giorni. L’uomo che dell’autonomia ha fatto la sua ragione di vita, che l’ha coltivata per anni con la pazienza del giardiniere, oggi è solo. Non rilascia più interviste, non fa più dichiarazioni, non aggiorna nessuno su niente. È come se avesse capito che la sua creatura è diventata un peso, un imbarazzo per chi aveva promesso di sostenerla.
È la solitudine della politica quando le promesse si scontrano con la realtà. È la solitudine di chi crede in un progetto e si ritrova a portarlo avanti da solo, mentre gli alleati si guardano intorno imbarazzati, come ospiti a una festa dove è scoppiato un litigio.
Calderoli non è stato sconfitto dai nemici dell’autonomia. Sarebbe stato più onorevole. È stato abbandonato dagli amici. E questo, in politica, è sempre il colpo più duro da incassare.
Nel frattempo, il Veneto aspetta. E l’attesa, quando si protrae oltre il ragionevole, diventa amarezza. Qui l’autonomia non è una bandiera da sventolare in campagna elettorale, è un pezzo di anima collettiva. Il referendum del 2017, quel 98% di sì che suonava come un plebiscito, non può essere archiviato come un capriccio momentaneo. La fine della stagione di Zaia governatore sembra essere anche la fine del sogno dell’autonomia che il referendum del 2017 aveva lanciato, e infatti è un argomento scomparso dall’agenda, ma soprattutto dalla narrazione del Carroccio. Avete più sentito i leader veneti della Lega parlare di autonomia? Sembra che sia un argomento tabù, un tema che genera più imbarazzi che voglia di lottare.
Di quella spinta propulsiva cosa resta? Bozze ingiallite nei cassetti, pre-accordi mai tradotti in fatti, tavoli tecnici aperti e chiusi a seconda delle convenienze. Sui temi che davvero contano – sanità, scuola, trasporti – tutto è fermo ai LEP, a questi livelli essenziali che assomigliano sempre di più a un miraggio nel deserto.
Il dubbio, a questo punto, è legittimo: c’è mai stata, davvero, la volontà di attuare l’autonomia? O è stata solo una carta da giocare nella partita elettorale, per poi essere discretamente riposta nel mazzo quando i giochi si sono fatti seri?
La verità, scomoda ma inevitabile, più probabile è che l’autonomia divide il centrodestra più di quanto unisca l’opposizione. È una crepa che attraversa tutta la coalizione, dalle fondamenta al tetto. Da una parte c’è chi vorrebbe procedere, chi pensa che la Costituzione vada rispettata ma anche attuata. Dall’altra c’è chi frena, preoccupato delle reazioni del Sud, degli equilibri elettorali, dei veti incrociati.
Forza Italia non ha mai nascosto le sue perplessità. Fratelli d’Italia tollera, ma senza entusiasmo. E così la Lega si ritrova a combattere una battaglia in cui gli alleati sono più freddi degli avversari. È il paradosso della politica italiana: promettere tutto a tutti, nella speranza che alla fine tutti si dimentichino di tutto.
Eppure, l’autonomia differenziata non è un capriccio del Nord ricco che vuole fare dispetto al Sud povero. È una riforma costituzionale che aspetta di vedere la luce da vent’anni, da quando l’articolo 116 terzo comma fu scritto nella Carta. È la possibilità di rendere questo Paese più efficiente, più responsabile, più moderno.
Ma dopo mille giorni di governo Meloni, quella possibilità sembra essersi persa per strada. E il treno dell’autonomia è fermo in stazione, mentre i passeggeri – quelli del Veneto in particolare – guardano l’orologio e si chiedono se valga ancora la pena aspettare.
Forse è questo il vero bilancio di mille giorni di governo: non solo quello che si è fatto, ma quello che non si è avuto il coraggio di fare. L’autonomia, da riforma del futuro, rischia di diventare l’ennesimo rimpianto del passato. E Roberto Calderoli, da padre di una riforma, rischia di diventare il simbolo di un fallimento.
È un peccato. Per lui, per il Veneto, per il Paese. Ma soprattutto è un peccato per la politica italiana, che anche questa volta ha dimostrato di saper promettere tutto e mantenere poco. Troppo poco per poter dire, davvero, che è stata solo una storia di successo.



