di Redazione · Dicembre 20, 2024
Con l’avvicinarsi della fase finale del processo Miteni, previsto per febbraio con la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe delle parti civili e delle difese, emergono ancora nodi irrisolti legati alla gestione dell’inquinamento da PFAS, uno dei disastri ambientali più gravi nella storia del Veneto. Mentre il rischio di prescrizione per i reati contestati si avvicina, le associazioni costituitesi parte civile nel processo sollevano interrogativi su trasparenza, interventi di bonifica e monitoraggio della salute pubblica.
La bonifica che non parte
Tra le questioni più urgenti, le associazioni denunciano la mancata trasparenza sui lavori di bonifica del sito ex Miteni e della falda contaminata. Nonostante le riunioni tecniche e i tavoli istituzionali, le operazioni di messa in sicurezza non sono ancora iniziate, lasciando il plume contaminante libero di propagarsi verso valle. “Perché non si sa nulla di questi tavoli, della loro composizione e dei risultati conseguiti?” chiedono le associazioni, sottolineando l’urgenza di avviare un’indagine per omessa bonifica, reato previsto dall’articolo 452-terdecies del Codice Penale.
Impatto sulla salute e mancanza di aggiornamenti
Le associazioni puntano il dito anche contro la mancanza di aggiornamenti sugli studi epidemiologici, fondamentali per comprendere l’impatto dell’inquinamento sulla popolazione e sugli ex lavoratori della Miteni. Lo studio di mortalità condotto dal professor Annibale Biggeri ha evidenziato drammatici eccessi di mortalità nella popolazione esposta, ma non ha avuto seguito in termini di interventi concreti.
“Perché non si aggiornano i dati epidemiologici a cinque anni dallo studio Girardi-Merler?” chiedono le associazioni, che ritengono indispensabile monitorare la presenza di PFAS nel sangue dei soggetti vulnerabili, in particolare del PFOA e del PFOS, riconosciuti dallo IARC come cancerogeni.
Territori ancora senza mappatura aggiornata
Il rilascio continuo di PFAS in falda solleva preoccupazioni sulla mancata revisione della mappa delle aree impattate. Le associazioni chiedono nuovi campionamenti dei terreni e degli alimenti, anche alla luce delle più recenti normative europee, per tutelare la salute pubblica e l’agricoltura locale. Secondo i dati più recenti, 16.222 individui nelle ULSS 8 Berica e 9 Scaligera risultano sopra la soglia per il PFOA, ma mancano risposte su come affrontare questa emergenza sanitaria.
Una contaminazione puntuale e accertata
Le associazioni ricordano che non si tratta di semplice inquinamento diffuso, ma di una contaminazione puntuale e identificata, con una fonte ben precisa. Eppure, a quasi 12 anni dalla scoperta del disastro ambientale, la lentezza delle procedure e il silenzio delle istituzioni rischiano di perpetuare una situazione insostenibile per il territorio e la popolazione.
Con il processo che si avvia alla conclusione, le associazioni chiedono chiarezza e interventi immediati per garantire giustizia, bonifica e tutela della salute pubblica. Un disastro di questa portata, avvertono, non può essere avvolto nel silenzio.




