Non voto più perché non cambia nulla

di Arrigo Abalti · Dicembre 8, 2025

A due settimane dal voto é tempo di pensare al segnale che arriva dalle urne

C’è un filo sottile, eppure robusto, che unisce i numeri dell’affluenza in Campania, in Puglia, in Veneto. Un filo che non riguarda soltanto la matematica del voto, né l’ordinaria contabilità delle urne. È qualcosa di più profondo, quasi un presagio: il Paese si sta allontanando dalla politica con il passo lento ma deciso di chi non spera più nulla. E la politica, invece di interrogarsi, osserva questa distanza crescere come si guarda una mareggiata da una finestra chiusa. Con una certa rassegnazione, e con una punta di timore.

Perché nei commenti post-elettorali si celebrano vincitori e coalizioni, si pesano percentuali e rapporti di forza, ma non si trova quasi mai il tempo per dire la verità che arde sotto il tappeto: metà del Paese non crede più che andare a votare abbia un senso. E ancor meno crede che la politica sia capace di un gesto di ricucitura, uno soltanto, con la vita reale delle persone.

Curioso, poi, il contrasto di memoria. Solo poche settimane fa a sinistra ci si entusiasmava per l’ascesa di Mamdani a New York e per quell’affluenza raddoppiata che sembrava raccontare un popolo risvegliato. Oggi, di fronte a un’Italia che vota sempre meno, lo stesso entusiasmo si muta in un garbato silenzio. Forse perché guardare il proprio declino direttamente in volto è un esercizio che nessuna forza politica sa più compiere.

Dal 2021 in poi, una frattura si è allargata tra Paese e istituzioni. Non ha un’unica causa, e nemmeno un unico colpevole. Ha però una lunga genealogia: dalle stagioni renziane che promettevano futuro, alle urla salviniane che promettevano identità, fino al grillismo che prometteva purezza. È passato di tutto, tranne ciò che serviva davvero: una politica che restituisse ai cittadini l’idea che partecipare abbia ancora un valore.

Non stupisce allora che la domanda più sincera, e più terribile, sia diventata: “Perché dovrei votare se tanto nulla cambia?”. È una domanda che non chiede un programma, ma un motivo. Non un simbolo, ma un senso. E a questa domanda – bisogna ammetterlo – non risponde più nessuno.

Antonio Gramsci parlava del tempo di crisi che avviene quando “il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere”. Noi abitiamo in quel tempo sospeso. Il vecchio ordine politico sopravvive per inerzia, incapace di rinnovarsi. Il nuovo, invece, non trova voce né rappresentanza, schiacciato tra la nostalgia di ciò che non tornerà e l’impazienza di ciò che non arriva.

E così la democrazia rischia di svuotarsi dall’interno. Le istituzioni reggono, i cerimoniali funzionano, le urne si aprono e si chiudono con regolarità. Ma manca il soffio vitale: la partecipazione. Senza il popolo, lo Stato perde la sua ragion d’essere. E se la sovranità appartiene al popolo, allora dobbiamo chiederci cosa accade quando il popolo decide di non esercitarla più.

Qui torna utile la lezione – scomoda, quasi imbarazzante nella sua radicalità – di Don Milani. La democrazia non si misura contando teste, ma mettendo ciascuno in condizione di capire, discutere, partecipare. È un lavoro lungo, faticoso, paziente. Richiede ascolto più che slogan, prudenza più che clamore, responsabilità più che propaganda. Richiede soprattutto che la politica torni a essere percepita come uno strumento utile, e non come un’arena di conflitti personali.

Perché non c’è vera democrazia se la maggioranza dei cittadini resta fuori dalla porta. E non per dissenso, ma per sfiducia. Per stanchezza. Perché non trova più le parole, il tempo, la fiducia per farsi ascoltare.

La politica, oggi, non deve inventare il nuovo. Deve semplicemente creare le condizioni perché il nuovo possa nascere. È meno eroico, certo. Ma infinitamente più necessario.

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