Il rimosso

di Redazione · Agosto 8, 2026

L’Italia invecchia, e la Borsa lo ha capito prima del Parlamento

 

Il titolo italiano più redditizio degli ultimi tre anni non è un campione dell’intelligenza artificiale né una scommessa sulla difesa. È una compagnia assicurativa, cresciuta del 475 per cento, che ha capito prima e meglio di chiunque altro una cosa elementare: gli italiani stanno diventando vecchi. I listini hanno già prezzato l’inverno demografico. La politica no.

Questo è il punto, e conviene tenerlo fermo mentre si scorrono le cifre. La cosiddetta *Longevity Economy* vale in Italia 715 miliardi di euro, circa un terzo del prodotto interno lordo: più della ricchezza prodotta in un anno da ventuno dei ventisette Paesi dell’Unione europea. Non è una nicchia, non è un segmento: è il megatrend. Nel frattempo la popolazione è scesa da 60,4 a 58,9 milioni in dieci anni, la fascia tra i 65 e gli 85 anni passerà dal 25 al 35 per cento entro il 2050, gli ultraottantacinquenni quasi raddoppieranno. Sul mercato del lavoro, per ogni due persone che escono ne entra poco più di una. Sono dati Istat, non opinioni. E dietro ogni numero c’è una decisione che qualcuno dovrà prendere, e che nessuno sta prendendo.

## La natalità come alibi

Da tre anni la questione demografica è entrata nel lessico del governo con la parola “natalità”. È una parola nobile e, va detto, non è un errore: un Paese che non fa figli è un Paese che ha smesso di credere in se stesso, e il crollo delle nascite italiano è più verticale della media europea. Va anche riconosciuto che riportare la demografia al centro dell’agenda politica, dopo vent’anni in cui era materia da convegni, non era scontato. Il problema è che la natalità, come strumento di politica economica, ha un difetto strutturale: i suoi effetti arrivano fra vent’anni. I lavoratori del 2050 sono già nati. O, più precisamente, non sono nati.

Ne segue una conseguenza che nessuno ha voglia di enunciare ad alta voce. Sul breve periodo, le variabili disponibili sono soltanto tre: lavorare più a lungo, tassare di più i giovani, oppure importare forza lavoro. Carlo Cottarelli, in una recente intervista, le mette in fila con la freddezza dell’econometrista e poi aggiunge la quarta, quella vera: rendere il lavoro più produttivo, con investimenti in macchinari e tecnologia, meno imposte sulle imprese, meno burocrazia. Salvo poi ammettere il paradosso che rende tutto più duro: le società anziane sono strutturalmente meno innovative, perché l’innovazione è un mestiere che fanno soprattutto i giovani. Invecchiando, l’Italia perde proprio la leva che le servirebbe per compensare l’invecchiamento.

Resta l’immigrazione. Cottarelli usa una formula tecnica — flussi controllati e regolari — e poi fa una cosa che gli economisti raramente fanno: cita un politico, invitando a diffidare di certe retoriche. Il riferimento a Vannacci segnala però un problema che non riguarda soltanto il destinatario. Perché su questo punto il governo ha già scelto, e ha scelto con realismo: la programmazione dei flussi regolari è la più ampia degli ultimi quindici anni, ed è una decisione seria, presa anche contro una parte del proprio elettorato. Il paradosso è che non viene rivendicata. Si compie la scelta giusta e la si affida al decreto anziché al discorso pubblico, come se dovesse restare in ombra. Ma una decisione che non viene spiegata resta anche indifendibile: al primo contraccolpo non ha nessuno pronto a sostenerla.

La sinistra, per parte sua, non è messa meglio. Ha trasformato l’immigrazione in una questione esclusivamente morale, e così ha regalato all’avversario l’intero terreno del realismo. Il risultato è che l’unico argomento davvero decisivo — questo Paese senza ingressi regolari non paga le pensioni — non lo pronuncia nessuno dei due. Il dibattito si svolge tra chi grida alla sostituzione etnica e chi risponde con l’umanità dovuta, mentre l’Istat calcola gli occupati che mancheranno.

## Ottocentosettantatré miliardi

Ma il dato più politico è un altro, e resta quasi sempre nascosto tra i grafici. Tra il 2026 e il 2030 passeranno di mano, per successione, circa 873 miliardi di euro. Entro il 2050 cambieranno proprietario 9,5 milioni di abitazioni. Il 44 per cento della ricchezza degli italiani è fatta di mattoni, e i mattoni stanno in gran parte nelle mani degli over 65.

Si tratta della più grande redistribuzione di ricchezza della storia repubblicana. E avverrà per via ereditaria: cioè per nascita. Un Paese che ha smesso da tempo di premiare il merito si prepara a premiare l’anagrafe su una scala mai vista, senza che nessuna forza politica abbia formulato un pensiero su come governare il fenomeno. Cottarelli sfiora il tabù — l’imposta di successione come leva per alleggerire una pressione fiscale che in Italia grava soprattutto sul lavoro — e chiunque abbia memoria sa perché è un tabù. Nell’autunno del 2021 Enrico Letta propose una tassa di successione sull’uno per cento più ricco per finanziare una dote ai diciottenni. Mario Draghi liquidò l’idea in ventiquattr’ore: non è il momento di chiedere soldi ai cittadini. Non se ne è più parlato, né da una parte né dall’altra. Ed è un peccato, perché la discussione era seria: come si finanzia l’ingresso nella vita adulta di chi non eredita nulla.

C’è poi il corollario industriale, e riguarda da vicino il Nordest. La ricchezza, dice l’ex commissario alla spending review, deve restare produttiva: i figli spesso non vogliono proseguire il lavoro imprenditoriale dei genitori, e allora non ci si stupisca se le imprese italiane finiscono ai fondi di private equity. Nei distretti veneti questa non è una previsione: è la cronaca degli ultimi cinque anni. Aziende costruite in due generazioni, patrimoni tecnici e umani accumulati in cinquant’anni, che si trasferiscono in un pomeriggio davanti a un notaio perché il passaggio generazionale non è mai stato una politica pubblica, ma sempre e soltanto un fatto privato. Quando poi la proprietà si sposta a Londra o a Francoforte, arrivano gli editoriali indignati sulla svendita del made in Italy. In ritardo di vent’anni, come sempre.

## Gli anziani non sono un bacino elettorale

La frase più politica dell’intervista è però la più sommessa. Bisognerebbe fare in modo che gli over 65 non siano soltanto consumatori, ma abbiano un ruolo attivo e produttivo nell’ecosistema economico. E su questo, aggiunge Cottarelli, non si sta lavorando.

Non si sta lavorando perché l’anziano, nella grammatica del consenso italiano, non è una risorsa: è un elettore. Una massa da rassicurare, da difendere dalle riforme, da blandire con l’indicizzazione e con la promessa che nulla cambierà. Un Paese vecchio governato da una classe dirigente vecchia ha un interesse convergente a non toccare nulla, e infatti non tocca nulla. Nel frattempo si consuma silenziosamente l’ultimo ammortizzatore sociale rimasto: il welfare familiare, i nonni che tengono i nipoti. Non regge più, e non per cattiveria: perché i figli si sono spostati nelle grandi città e i nonni sono rimasti dove sono nati. La geografia ha sciolto ciò che la retorica continua a celebrare.

Resta l’ultima domanda, quella che i listini per statuto non si pongono. Se la longevità diventa un’asset class — fondi, ETF con scadenza 2060, cliniche che promettono di aggiungere vita agli anni e non soltanto anni alla vita — chi la compra? La distanza tra chi può permettersi la medicina preventiva e chi attende mesi un esame diagnostico, in un sistema sanitario che nessuna maggioranza degli ultimi vent’anni è riuscita a rimettere in equilibrio, non si misura in euro. Si misura in anni di vita. È la disuguaglianza definitiva, quella che nessuna redistribuzione successiva può correggere, e cresce esattamente mentre cresce il valore delle azioni che ci scommettono sopra.

L’Italia, dunque, non ha un problema di vecchiaia. La vecchiaia è un risultato: significa che abbiamo curato bene, mangiato bene, vissuto a lungo. Ha un problema di futuro. Che è l’unica cosa che non si eredita.

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