di Redazione · Agosto 1, 2026
La Corte dei conti sgancia i compensi degli amministratori delle partecipate da un anno che non esiste più. Ma niente allegria: adesso bisogna spiegare perché
C’è un anno che nell’amministrazione italiana, spesso ipocrita, non è mai finito. Il 2013. Un anno di spending review, di governi tecnici, di titoli sul baratro. Un anno che è passato per tutti tranne che per i bilanci delle società controllate da Regioni e Comuni, dove è rimasto lì, fermo, immobile, come un orologio da stazione che segna sempre le sette e dodici.
A quel 2013 erano ancorati i compensi degli amministratori delle partecipate. Non a quello che facevano. Non a quanto fatturavano. A quello che si guadagnava tredici anni fa, quando l’Italia aveva paura e il legislatore, comprensibilmente, aveva messo un fermo a tutto. Il fermo è rimasto. La paura no.
Ora la Sezione autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione numero 9 del 2026, prende atto della cosa più semplice del mondo: che tredici anni sono tredici anni. E che un parametro storico non può governare società che nel frattempo hanno cambiato oggetto sociale, governance, dimensioni, a volte perfino nome. Se una partecipata del 2026 non somiglia più a quella del 2013 — se è nata da fusioni, scissioni, operazioni straordinarie — allora, dicono i giudici contabili, siamo davanti a un soggetto nuovo. E un soggetto nuovo non può essere pagato con il listino di uno che non c’è più.
Il ragionamento della magistratura contabile è quasi una massima: il contenimento della spesa non può diventare paralisi gestionale. Perché la paralisi, alla lunga, costa. Costa in professionalità che se ne vanno altrove, in incarichi complessi affidati a chi accetta un compenso fossile, in quel divario silenzioso tra la responsabilità che ti danno e lo stipendio che ti hanno congelato prima che tu arrivassi.
Fin qui la buona notizia. Ora la parte italiana della storia.
Perché la discrezionalità concessa ai soci pubblici non è un assegno in bianco, e la Corte lo scrive con la sobrietà di chi ha già visto il film. Chi vorrà rideterminare un compenso dovrà dimostrarlo con numeri veri: volume d’affari, patrimonio netto, utile d’esercizio. Dovrà confrontarsi con i compensi medi di posizioni analoghe, stesso settore, stessa area geografica — competitivi sì, ma senza svuotare le casse. Dovrà motivare in modo analitico e rinforzato perché quella cifra è congrua e proporzionata. E, soprattutto, resterà sotto il tetto invalicabile dei 240 mila euro, che nessuna creatività amministrativa potrà scavalcare.
C’è poi il passaggio più gustoso, quello in cui si capisce che i giudici conoscono bene la fantasia dei loro amministrati. Le ricognizioni periodiche sull’assetto complessivo delle partecipate serviranno anche a far emergere i semplici restyling: le riorganizzazioni di facciata, i cambi d’insegna, le operazioni societarie fatte non per cambiare l’azienda ma per cambiare la busta paga. Tradotto: si può dire di essere diventati un soggetto nuovo, ma bisogna esserlo davvero.
Resta l’attesa di un decreto ministeriale che classifichi finalmente le società in fasce, e che nessuno ha ancora visto. Nel frattempo, la delibera fa quello che in Italia riesce raramente: sblocca una situazione senza aprire una voragine. Toglie il chiodo del 2013 dal muro e al suo posto mette una domanda che vale per tutti — quanto vale questo incarico, e sapete spiegarmelo?
Non è poco. In un Paese dove l’alternativa, di solito, è lasciare l’orologio fermo e fingere che siano ancora le sette e dodici.




