di Arrigo Abalti · Marzo 21, 2026
Verso le elezioni di maggio, con molte incertezze
C’è una scena nel finale de Il buono, il brutto e il cattivo che tutti conoscono anche senza averla vista: tre uomini in cerchio, mano sulla fondina, nessuno che spara per primo perché sparare per primo significa esporsi agli altri due. Lo chiamano stallo alla messicana. A Lonigo lo stesso schema si ripete, con una variante che Leone non aveva previsto: i contendenti non sono tre. Sono quattro. Forse cinque. E nessuno ha ancora capito chi è il buono, chi è il brutto e chi è il cattivo.
Pier Luigi Giacomello, sindaco uscente, Lega e FdI provinciale dalla sua parte. Flavio Mirandola, consigliere di opposizione, FdI locale dalla sua. Silvano Marchetto, ex primo cittadino, Forza Italia in solitaria dietro di lui. E Andrea Castiello, civico in rotta con Giacomello, che dalle colline di Lonigo osserva la scena con il distacco tattico di chi sa di avere voti in tasca e aspetta che qualcuno venga a offrirgli l’accordo giusto.
la quarte candidatura potenziali non si palesa, ma è probabile che arrivi dal PD. E a destra zero coalizione. Un’elezione tra due mesi.
La storia recente spiega come si è arrivati fin qui. Cinque anni fa Giacomello vinse nonostante la Lega, non grazie ad essa. I leghisti corsero contro di lui, persero, e ora recitano la parte più ingrata della commedia politica: applaudire chi ti hai battuto fingendo di avergli sempre voluto bene. Giacomello aveva costruito allora una maggioranza trasversale — centrodestra moderato, centrosinistra pragmatico, civismo di territorio — sulla forza di un profilo personale che non apparteneva a nessuno e quindi piaceva a tutti. Una geometria rara. E, come tutte le geometrie rare, instabile per definizione.
Oggi quella instabilità si è cristallizzata in fratture visibili. Forza Italia non ci sta a fare da comparsa e rilancia Silvano Marchetto, ex sindaco, con la flemma di chi rivendica un primato storico sul territorio. FdI lavora su due binari paralleli senza ancora trovare la sintesi: Giovine dal provinciale guarda a Giacomello come all’unico nome spendibile, la base locale crede in Flavio Mirandola come nella discontinuità vera, non quella truccata per l’occasione. Non è patologia — è la fisiologia di un partito che cresce e porta dentro di sé anime che non si parlano ancora abbastanza. Il problema è che maggio non aspetta le sintesi interne.
Ma la candidatura di Mirandola ha una trama dentro la trama, e sarebbe un errore non leggerla. Mirandola non è un nome che nasce dal nulla della base locale di FdI. È un nome che ha radici precise: è stato sempre vicinissimo a Luca Restello, il sindaco che la Lega defenestrò cinque anni fa giudicandolo troppo divisivo, aprendo così la strada, seppur involontariamente, proprio a Giacomello. Se Mirandola dovesse scendere in campo, Restello non sarebbe estraneo all’operazione. Il che significa che questa non è soltanto una partita sul futuro di Lonigo. È anche, e forse soprattutto, una partita sulla rivincita del passato. Restello che rientra dalla finestra dopo essere stato fatto uscire dalla porta. Con un altro volto, ma con la stessa regia.
Andrea Castiello, l’eretico che ruppe con Restello quando entrambi erano nella Lega, ora civico assessore di Giacomello, nel frattempo, tace. Ed è il silenzio più eloquente della scena. I suoi civici hanno camminato con il sindaco per cinque anni, poi qualcosa si è consumato — non rotto di netto, che sarebbe stato più semplice, ma logorato, che è sempre più complicato da raccontare e da riparare. Adesso Castiello conta i suoi voti, guarda la frammentazione del centrodestra e aspetta. Non è neutralità. È leverage. La vera trattativa di Lonigo non è quella che appare sui giornali. È quella che avviene quando qualcuno sale sulle colline a bussare alla porta giusta.
E poi c’è il dettaglio che trasforma una storia locale in una storia politica vera. I rumors danno per certo un canale aperto anche tra Giacomello e Giacomo Possamai, sindaco di Vicenza, riferimento del centrosinistra vicentino. Non un’alleanza, non un patto scritto — un filo. Sottile, esplorativo, plausibilmente negabile da entrambe le parti fino a cinque minuti prima che diventi notizia. Se fosse confermato, Giacomello non starebbe soltanto cercando di sopravvivere all’abbandono – possibile – del centrodestra. Starebbe rifacendo da capo la stessa operazione di cinque anni fa, ma questa volta a occhi aperti: spostare il baricentro della propria coalizione verso chi finora lo ha ignorato, e ignorare chi lo ha abbandonato.
Il centrosinistra, in questo scenario, non starebbe guardando altrove. Starebbe guardando con grandissima attenzione, fingendo di guardare altrove. Magari nel cassetto hanno anche un nome pronto. Ma al momento resta lì. Nel cassetto di Giacomo.
Maggio si avvicina. Giacomello tende fili verso Vicenza, Mirandola spinge con Restello in regia, Marchetto rilancia, Castiello aspetta sul colle con il suo bottino di voti e nessuna fretta. Il centrodestra leoniceno assomiglia a una di quelle repubbliche balcaniche che dopo la caduta del muro si sono ritrovate improvvisamente libere di litigare su tutto — e hanno scoperto che litigare su tutto è più facile che governare insieme qualcosa.
Di solito, in questi casi, vince chi ha la pazienza di aspettare che gli altri finiscano di dividersi. Il problema è capire chi, a Lonigo, ha ancora quella pazienza.



