Con riserva

Ascolta l'articolo · 8 min

di Arrigo Abalti · Ottobre 11, 2026

A Lonigo l’adesione al Mab Unesco dei Colli Berici cade senza un voto contrario: la maggioranza di centrodestra lascia l’aula quasi al completo e con il sindaco restano due dei suoi e il Pd, gli alleati di cinque anni fa. Incidente, o sintomo di una crisi? La cronologia dice più del verbale

 

 

Riserva è una parola che ai piedi dei Berici vuol dire troppe cose. C’è la riserva di caccia, che è un pezzo di collina con i suoi confini e i suoi tesserini. C’è la Riserva della Biosfera, che è un riconoscimento dell’Unesco e si scrive con la maiuscola. E c’è la riserva mentale, quella che Pascal nelle Provinciali rimproverava ai gesuiti: dire una cosa ad alta voce e tenersi in silenzio la mezza frase che la corregge.

Martedì 6 ottobre, in consiglio comunale a Lonigo, si sono incontrate tutte e tre.

All’ordine del giorno, portata dal sindaco Pier Luigi Giacomello e difesa in aula dall’assessore Alberto Bellieni, c’era l’adesione della città alla candidatura dei Colli Berici a Riserva della Biosfera, programma Mab: Man and the Biosphere, l’uomo e la biosfera. La promuove l’Ipa Area Berica, a settembre ha avuto il via libera del comitato tecnico nazionale, diciotto Comuni avevano già detto sì. La biosfera, martedì sera, era al suo posto. È l’uomo che è uscito.

Al momento del voto la maggioranza ha lasciato l’aula quasi al completo: sono rimasti in due. È uscita anche la minoranza, tranne i Democratici Leoniceni, il gruppo del Pd; Progetto Lonigo lamenta una città coinvolta soltanto alla vigilia. È mancato il numero legale e la delibera è caduta così: né approvata né respinta. Non votata.

I dubbi, va detto, non sono un reato. I cacciatori temono vincoli. Fratelli d’Italia sul Mab ha una linea: quando Altavilla, sindaco Rossella Zatton di FdI, ha detto no, l’eurodeputato Sergio Berlato ha applaudito. E gli agricoltori sono divisi nello stesso punto dei partiti: Coldiretti e Confagricoltura, a livello provinciale, alla delibera avevano dato il via libera; il livello locale no. Il sì era provinciale, la riserva locale.

E quella riserva, a sentire chi si è alzato, di mentale aveva poco. Un consigliere di maggioranza, che chiede di non essere nominato, la racconta così: in riunione di maggioranza buona parte dei consiglieri aveva espresso riserva sulla delibera, e il sindaco ha voluto forzare la mano portandola in aula lo stesso.

La versione viene da chi si è alzato, ma trova conferma dove meno la si aspetterebbe. Il giorno dopo i Democratici Leoniceni hanno dato atto al sindaco di aver portato la delibera in consiglio «pur sapendo il rischio cui andava incontro», e di averlo fatto anche su loro sollecitazione. Il fatto è lo stesso: Giacomello sapeva. Cambia il nome che gli si dà. Per chi è uscito è una forzatura, per chi è rimasto è coerenza.

Se è andata così, martedì sera hanno sbagliato in due.

Ha sbagliato il sindaco, perché una delibera si può portare in consiglio contro l’opposizione; contro la propria maggioranza si può soltanto perderla. E ha sbagliato chi è uscito, perché una riserva detta in riunione di maggioranza resta in riunione di maggioranza: lì non c’è pubblico e non c’è verbale. In aula bastava ripeterla, e votare di conseguenza.

Resta che per una minoranza far mancare il numero legale è un attrezzo del mestiere. Per una maggioranza no. In un consiglio comunale il numero legale è lei, e martedì chi aveva i numeri per dire no ha scelto di non farsi contare. Ma nella liturgia delle maggioranze l’abbandono dell’aula è sempre un avviso di sfratto. Un messaggio in bottiglia per il sindaco.

Il paradosso è tutto qui: nel 2020 Giacomello aveva battuto il centrodestra con quattro liste civiche di cui alcune di centrosinistra; a maggio è stato rieletto con Fratelli d’Italia e Lega; a ottobre ha portato in aula una delibera sollecitata dall’opposizione, e la maggioranza è uscita. Al momento del voto, accanto a lui c’erano due dei suoi e il Pd. Gli alleati di prima erano in aula; quelli di adesso, fuori. Alleati fino a un certo punto, peraltro: la nota dem del giorno dopo parla, fin dal titolo, di un’occasione perduta e di una maggioranza persa.

Che l’alleanza nuova fosse difficile si sapeva da prima del voto. Ad aprile il circolo leoniceno di Fratelli d’Italia era stato commissariato, e la sua segreteria si era dissociata dalla scelta provinciale di sostenere un sindaco a cui aveva fatto opposizione per cinque anni. A luglio Giacomello ha firmato con Possamai e Finco il documento per la Casa dei Comuni, la Provincia agli amministratori oltre gli schieramenti: Fratelli d’Italia la contrasta da mesi, e la prossima primavera si rinnova il consiglio provinciale.

Poi le nomine. A Villa Mugna si racconta che la riserva sul Mab sia soltanto l’ultima di una serie, e che la penultima riguardi Villa Serena e la Farmacia Miotti. A fine estate scadevano i consigli della casa di riposo e della fondazione, che il sindaco nomina per decreto. A Villa Serena Giacomello ha confermato quattro uscenti su cinque, a cominciare dal presidente uscente Valter Rebesan, che nel 2020 correva in una delle civiche di centrosinistra ed è stato in predicato di candidatura a sindaco dem la primavera scorsa: la stessa lista di Fausto Vigolo, oggi consigliere dei Democratici Leoniceni. Alla Miotti la presidenza è andata a Giuliano Benetazzo, vicepresidente uscente e di area progressista. Il centrodestra, a quanto si racconta, si aspettava altro.

Nelle pagelle del lunedì, accanto al nome di chi è entrato a tre minuti dalla fine, i giornali sportivi mettono due lettere: s.v., senza voto. Vuol dire che non c’è materia per giudicare. Martedì quasi tutto il consiglio di Lonigo si è assegnato la stessa sigla, con la differenza che in campo c’era dal primo minuto.

La Riserva della Biosfera farà la sua strada fino a Parigi, con Lonigo o senza. La riserva di caccia resta dov’è. È la terza che ha sbagliato stanza: detta in aula sarebbe stata un’opinione, con un nome e un voto; detta a porte chiuse è rimasta un avvertimento, e un sindaco può anche decidere di non ascoltarlo.

Resta la domanda: incidente, o sintomo di una crisi senza ritorno? L’opposizione la sua risposta l’ha già data: per lei è una sfiducia in piena regola, e ha invitato sindaco e assessore a rifletterci. E i rumors che arrivano dalla maggioranza non sono molto diversi. Solo più sfumati.

Gli incidenti, in un consiglio comunale, esistono: una delibera spiegata tardi, una riunione finita male, una sera storta. Ma un incidente non ha una cronologia. Questo sì: aprile, luglio, fine estate, ottobre. E di solito un incidente lascia in aula la maggioranza e fuori qualcuno; qui è successo il contrario.

Manca una voce, ed è quella che conta di più. A oggi né il sindaco né le liste della maggioranza hanno ufficializzato una propria versione dei fatti: dopo una sera così, anche il silenzio è un modo di non farsi contare. Queste righe escono dunque con una riserva, e dichiarata: sentire Giacomello, quando vorrà dire la sua. Sentire le liste quando decideranno di mettere fuori la testa.

La parola, del resto, ha un quarto senso, il più quotidiano: la spia della riserva sul cruscotto. Non dice che la macchina è ferma. Dice che di strada ne resta poca, e che far finta di niente non allunga il serbatoio. Bisogna fermarsi al primo distributore e fare il pieno o si resta per strada.

Se c’è ancora modo di fare il pieno lo dirà il prossimo ordine del giorno: basta che il Mab torni in aula, e la maggioranza con lui. Fino ad allora c’è una città rimasta fuori da una cosa senza che nessuno, con il proprio nome accanto, le abbia detto sì o no.

 

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]