di Arrigo Abalti · Luglio 4, 2024
Chi vuole rottamare, chi promette di asfaltare, chi minaccia di usare la ruspa. I politici dei nostri giorni amano distruggere, annunciano di voler abbattere l’edificio del passato, anche se di solito finiscono per abbattersi da soli. E questo lessico è diventato la cifra della politica contemporanea da molti, troppi anni. Eppure c’è stato un tempo in cui prevaleva l’atteggiamento e il lessico opposto, in cui la passione per la politica si traduceva nel senso della capacità di costruire e di realizzare. Non solo nelle opere ma anche nelle relazioni.
L’uomo, quando l’Italia era ancora un regno ma stava per diventare una repubblica, che si propose come «costruttore» fu soprattutto Alcide De Gasperi.
In otto anni da presidente del Consiglio mandò via il re, difese l’integrità territoriale di un Paese sconfitto, ottenne i finanziamenti del Piano Marshall, portò Roma nel Patto atlantico e costruì l’embrione dell’Europa unita con Francia e Germania, creò la Cassa del Mezzogiorno e l’Eni di Mattei, promosse le grandi riforme sociali e avviò il miracolo economico. Invece di una rivoluzione, mise le basi per la democrazia. Quella in cui oggi viviamo. Un uomo nato povero e rimasto umile, sobrio e devoto, così diverso non solo dai politici attuali ma anche da quelli del suo tempo. E infatti morì da «uomo solo» nella Dc.
Ma l’Italia lo capì e lo ammirò: alla sua morte ci fu un’ondata di commozione nazionale e il treno che trasportò la salma da Borgo Valsugana a Roma fu accolto dalla folla in decine e decine di stazioni. Ancora oggi, allo scadere dell’anniversario della sua morte, un certo notabilato democristiano sopravvissuto alle due repubbliche della rivoluzione liberale di Berlusconi e dell’abolizione della povertà dei 5Stelle, gli rendono omaggio.
Nel settantesimo anniversario della morte, attraverso cinque lezioni di bruciante attualità – che spaziano dalla sua concezione della democrazia come «antidittatura», che lo portò a essere prima antifascista e poi anticomunista, alla politica estera, alla gestione della spesa pubblica, all’intervento nel Mezzogiorno -, Antonio Polito racconta la storia del primo e unico “premier forte” della Repubblica: per offrire il modello a chi oggi guida o si candida a guidare l’Italia, ai politici dei nostri tempi.
Consigliatissimo a chi è impegnato a ogni livello in politica, consigliatissimo a chi ha perso fiducia nella politica e non va più a votare, e consigliato a chi sente il bisogno di avere dei maestri veri. Di vita, di stile e di visione.
Leggendo le pagine scritte in modo impeccabile da Polito, che democristiano non lo è stato mai, si sente l’ammirazione per il grande leader e la nostalgia per un ceto politico che sembra scomparso o che forse è stato troppo rapidamente mandato in soffitta, insieme ad un’idea della politica che aveva fatto del confronto e della sintesi che ne nasceva, un metodo e che, soprattutto, è riuscito a rappresentare il nostro Paese, con tutte le sue virtù e con la tolleranza italica per i suoi difetti. Una lettura che ci riconcilia con il senso profondo della politica e ci fa vedere dove, a un certo punto, i politici si sono persi.



