Valutazione di impatto generazionale: il futuro in un timbro

di Arrigo Abalti · Agosto 13, 2025

Si vuole misurare quanto le leggi pesino sui giovani. Ma in Italia, invece di cambiare le norme, cambiamo il formulario

 

In Italia amiamo i giovani come certi zii amano i nipoti: con entusiasmo episodico e regali sbagliati. Li celebriamo nei discorsi del 2 giugno, li nominiamo nelle tavole rotonde con parola d’ordine “futuro” e poi li lasciamo con stage non pagati, affitti impossibili e un debito pubblico che scenderà di generazione in generazione come un’eredità maledetta.

L’ultima idea, che sulla carta è buona, si chiama Valutazione di impatto generazionale (Vig). In teoria esiste già: ogni legge dovrebbe essere esaminata anche per capire che effetti avrà su chi oggi è under 35. In pratica, è una riga nei dossier, un pro forma.

L’associazione 20e30, gente sveglia e motivata, propone di darle sostanza. Tre mosse:

  1. Aggiungere il parametro economico – Se una legge aumenta il debito, bisogna dire se è debito buono (scuole, ospedali, infrastrutture) o debito da marchetta elettorale.
  2. Creare un organismo indipendente – Un’autorità autonoma che faccia la Vig, così non resta in mano ai ministeri.
  3. Coinvolgere le associazioni giovanili – Dare voce ai giovani nei processi decisionali, non solo nei festival di piazza.

Sulla carta, una rivoluzione. Nella realtà, l’ennesimo rischio di produrre un meccanismo che fotografa il disastro senza toccarlo. Perché in Italia, quando c’è un problema, invece di risolverlo si istituisce un osservatorio. Un osservatorio che fa rapporti. Rapporti che finiscono in un cassetto.

Gli “organismi indipendenti” finiscono nominati dalla politica. E il “coinvolgimento dei giovani” si traduce spesso nell’invitare tre associazioni amiche che parlano il linguaggio dei convegni, non quello dei ragazzi che la politica la conoscono solo come materia di educazione civica.

La vera valutazione d’impatto generazionale la fanno già i giovani, senza che nessuno glielo chieda: non votando, andando all’estero, rinunciando a figli e casa. Il verdetto è lì, scritto nei numeri. Non serve un’autorità per leggerlo, serve una politica che lo rovesci.

La proposta di 20e30 ha merito: costringe a parlare di chi pagherà il conto delle leggi che approviamo oggi. Ma se il Parlamento non ha il coraggio di dire “questa norma non la facciamo perché massacra i trentenni del 2050”, la Vig diventerà il solito documento trasparente e inutile.

E allora, cari ragazzi, vi ritroverete un bel faldone su carta riciclata, con grafici e indici ben fatti, che certifica nero su bianco quanto siete stati fregati. Chiamatela, se volete, partecipazione.

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