di Arrigo Abalti · Settembre 22, 2025
Non sono gli slogan elettorali, ma le nomine nella sanità a decidere il futuro del Veneto
C’è un dato che sfugge a molti elettori, ma che spiega perché le elezioni regionali valgono più di un cambio di colore politico e ci toccano più da vicino di qualunque altro appuntamento elettorale: l’84% del bilancio di una Regione è assorbito dalla sanità. È la voce di spesa principale, quella che condiziona tutte le altre politiche. Ma soprattutto è l’architrave del potere reale.
Perché la sanità non è solo servizi e prestazioni: è una catena di comando che parte dal presidente della Regione e arriva fino all’ultimo reparto ospedaliero. Il meccanismo è questo:
- Il presidente nomina i direttori generali delle Ulss e delle aziende ospedaliere.
- L’assessore alla sanità propone, ma la decisione finale resta al governatore.
- I direttori generali scelgono a loro volta i direttori sanitari e amministrativi.
- Da lì, a cascata, arrivano le nomine dei primari.
Tradotto: chi governa la Regione controlla non solo la strategia sanitaria, ma anche la quotidianità di ogni ospedale, di ogni ambulatorio, di ogni lista d’attesa. È la ragione per cui la sanità è il terreno dove si misura davvero la capacità di un presidente e di un assessore.
In Veneto, questo potere è stato esercitato per oltre dieci anni da Luca Zaia e dall’assessore Manuela Lanzarin. Nel bene e nel male, la sanità veneta porta la loro firma: eccellenze riconosciute, certo, ma anche crepe che la pandemia e gli ultimi anni hanno reso evidenti. Hanno il merito delle cose che funzionano e la responsabilità di quelle che non funzionano. Liste d’attesa nonostante i piani straordinari; pronto soccorso in sofferenza; un rapporto con la sanità privata accreditata rimasto fermo per quindici anni sulle stesse tariffe; le Rsa lasciate sole; il personale medico e infermieristico che scappa all’estero o verso il privato.
Ora questo schema di potere cambia. Perché Zaia e Lanzarin non saranno più nella sala dei bottoni. E le aspettative su chi verrà dopo sono molto alte. Se sarà Alberto Stefani il nuovo presidente, toccherà a Fratelli d’Italia assumersi la responsabilità della delega più delicata di tutte. E allora non basterà raccontare la sanità come eccellenza: servirà un cambio di passo vero.
I dossier sono già lì, pronti sul tavolo:
- Liste d’attesa che non si smaltiscono e che i cittadini vivono come il principale segno di inefficienza.
- Sanità accreditata, che copre il 30% delle prestazioni regionali ma resta trattata come figlia di un dio minore.
- Rsa e case di riposo, che affrontano una crisi strutturale senza strumenti né risorse adeguate.
- Personale, che fugge o che non viene attratto, perché il sistema non riesce più a garantire condizioni e prospettive competitive.
Ecco perché il voto del 23 e 24 novembre in Veneto non sarà un voto qualsiasi. Perché quando si parla di sanità non si parla di un capitolo del bilancio, ma della vita quotidiana di milioni di cittadini. Ogni nomina di direttore generale significa decidere quante ore passeranno prima che un’ambulanza arrivi, quanti giorni un paziente dovrà attendere per una visita, quanto sarà efficace la rete di prevenzione oncologica. Quanto ci sentiremo al sicuro al Pronto Soccorso.
La verità è che governare la sanità significa governare la Regione. Ed è per questo che il test veneto è decisivo. Non solo per capire quale partito uscirà vincitore, ma per vedere se il nuovo governo regionale avrà il coraggio di riformare un modello che si è logorato dopo il Covid.
In Veneto, più che altrove, il potere non si misura nei comizi o negli slogan, ma nei corridoi degli ospedali e nelle stanze dove si decidono le nomine. È lì che si scriverà la prossima stagione.
E il vero retroscena del voto è che i cittadini depositeranno una scheda con un nome. Ma in realtà staranno decidendo se la loro salute resterà in lista d’attesa.
”Se non ti occupi di politica, sarà la politica ad occuparsi di te” (Ralph Nader)



