di Arrigo Abalti · Gennaio 10, 2026
Saldi sanitari positivi grazie ai privati, ma fuga crescente per la riabilitazione. E mentre i pazienti partono, chi ha sbagliato viene premiato
Il Veneto è una regione che cura bene. Talmente bene che, quando tocca ai suoi cittadini rimettersi in piedi, li accompagna alla frontiera. Non è una battuta, è un modello: si attraggono pazienti da fuori, si incassano risorse, si sbandierano i saldi. Poi, nel momento più fragile del percorso di cura – la riabilitazione – si scopre che i posti letto non ci sono. O meglio: non sono mai stati programmati. E così i numeri sorridono, mentre le persone partono.
I dati della mobilità sanitaria interregionale confermano il paradosso: il Veneto mantiene un saldo positivo vicino ai 190 milioni di euro. Un risultato che regge soprattutto grazie alle strutture private accreditate, capaci di attrarre pazienti da altre regioni. Ma sotto la superficie dei conti in ordine, cresce una fuga silenziosa e costante dei cittadini veneti, costretti a curarsi altrove proprio quando avrebbero più bisogno di prossimità e continuità assistenziale.
La crepa ha un nome preciso: riabilitazione. Il Veneto è sotto gli standard fissati dal DM 70: 0,4 posti letto ogni mille abitanti contro lo 0,7 previsto. All’appello mancano circa cento posti letto. Non per mancanza di domanda, ma per assenza di programmazione. Una scelta – o una non-scelta – che pesa direttamente sui pazienti e sui bilanci pubblici, perché ogni viaggio fuori regione è anche una fattura che parte.
Il risultato è evidente: i veneti vanno a riabilitarsi soprattutto in Emilia-Romagna e in Trentino. Regioni che hanno investito, pianificato, costruito una rete adeguata. La riabilitazione non fa notizia, non inaugura macchinari scintillanti, non riempie conferenze stampa. Ma è ciò che separa la guarigione dalla cronicità, l’autonomia dalla dipendenza. Ed è proprio lì che il Veneto ha lasciato un vuoto.
Nel frattempo, il quadro nazionale resta immobile. La mobilità sanitaria continua a essere una grande migrazione da Sud a Nord, con un giro d’affari che sfiora i 5 miliardi di euro. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono risorse; Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Lazio continuano a perdere centinaia di milioni ogni anno. Un’Italia divisa, dove il diritto alla salute dipende ancora dal luogo in cui si nasce.
Ma se nel Centro-Sud il problema è strutturale e storico, in Veneto è eminentemente politico. Le responsabilità delle non-scelte hanno un nome e un cognome: Manuela Lanzarin. È durante la sua gestione che il Veneto è sceso sotto gli standard nazionali sulla riabilitazione. È sotto la sua regia che non sono stati attivati i posti letto necessari. È in questi anni che la mobilità in uscita dei veneti è cresciuta proprio nel segmento più delicato del percorso di cura.
Questa è l’eredità che oggi si trovano a gestire il nuovo assessore alla Sanità Gino Gerosa e il presidente Alberto Stefani: una sanità che incassa, sì, ma non trattiene i suoi cittadini quando serve. Un sistema che funziona a metà, dove l’eccellenza convive con vuoti programmati e scelte rinviate.
E poi c’è il finale, che racconta più di mille convegni sulla buona amministrazione. A chi ha la responsabilità politica di queste non-scelte non viene chiesto conto. Al contrario, arriva il premio: la presidenza della Commissione Sanità in Consiglio. La gestione che si autoassolve e si autocelebra.
In Veneto il merito è una categoria elastica: si allunga o si restringe a seconda della poltrona. I pazienti fanno chilometri per una riabilitazione che avrebbero diritto a trovare sotto casa, chi ha sbagliato sale di grado e vigila su se stesso. È un sistema che invece di correggere gli errori, li premia. Non ha neanche il pudore di nasconderli, ma con grande arroganza li normalizza.
E alla fine resta questa immagine: una sanità con i conti in ordine, le corsie vuote e le valigie piene. Non di vestiti, ma di cartelle cliniche. Un epilogo perfetto. Kafkiano.



