di Redazione · Aprile 3, 2026
Stefani rimette in agenda le politiche giovanili. Era ora
Vi è data che vale la pena ricordare perché da sola dice tutto dell’interesse della politica per i giovani: 2008. Quell’anno la Regione Veneto si dotò di una legge sulle politiche giovanili — la n. 17 — che sulla carta era una cosa seria. Promuoveva misure a favore dei giovani tra i 15 e i 30 anni su inclusione, partecipazione, accesso all’abitazione, lavoro, formazione e mobilità. Istituiva un Forum regionale, prevedeva un piano triennale aggiornato con le rappresentanze giovanili.  Un impianto ambizioso.
Poi, per quasi vent’anni, quella legge è rimasta lì. Dopo quindici anni di sostanziale declino delle politiche giovanili regionali,  i piani di intervento sono stati sostituiti da delibere di giunta, bandi a sportello, progetti annuali per fasce d’età. Nel febbraio 2024, la consigliera Elena Ostanel ha dovuto denunciare pubblicamente che dal 2020 la Giunta aveva un progetto di legge sulle politiche giovanili depositato in Consiglio, che nonostante le sollecitazioni non era mai stato calendarizzato.  “I giovani”, disse, “sono i grandi assenti nelle decisioni della Regione.”
Non era un’accusa di malafede. Era la fotografia di una stagione politica in cui i giovani venivano citati nei documenti di programmazione come capital umano, come forza lavoro futura, come problema demografico da contenere. Mai come persone che abitano il presente.
Alberto Stefani ha cambiato registro. Non tanto — o non solo — con le misure presentate nei giorni scorsi al Corriere del Veneto. Quelle si possono discutere, e alcune vanno discusse. Il no ai social per i minori di quattordici anni: argine simbolico o illusione tecnica? I campi estivi per i bulli: risposta educativa o scarico di responsabilità? Le borse di studio in ritardo a Venezia mentre Padova già le incassa: inefficienza procedurale o segnale di un sistema che parla di futuro e poi rimanda? Tutto legittimo, tutto da verificare.
Ma il gesto politico che conta viene prima delle misure. Viene dalla composizione della giunta, presentata il 13 dicembre scorso. Stefani ha trattenuto per sé in modo esplicito la delega alle politiche giovanili , segno che non si tratta di un tema delegabile a un ufficio. E accanto a questa scelta ne ha fatta un’altra, che dice ancora di più: ha nominato Morena Martini — professoressa e già sindaca di Rossano Veneto — consigliera delegata alla partecipazione giovanile. 
Morena Martini insegna al liceo di Bassano del Grappa. Ha in classe i ragazzi di cui parliamo. Li vede ogni giorno, quando sono silenziosi, quando esplodono, quando si perdono, quando sorprendono. Non è una burocrate delle politiche sociali, non è un esperto di governance. È qualcuno che sa come si chiama il problema prima ancora che qualcuno lo metta in un Power Point. La sua delega — coinvolgimento dei giovani nelle politiche regionali e partecipazione civica ai processi decisionali — è una di quelle inserite da Stefani come novità esplicita della sua giunta. 
È qui, in questa scelta, che si annida qualcosa di diverso rispetto agli ultimi decenni. Non una promessa. Non una slide. Una persona concreta con una conoscenza concreta messa a lavorare su un problema concreto. Con cinque anni davanti.
Il punto è esattamente questo: Stefani ha il tempo. Ha la struttura. Ha — se vorrà usarla davvero — la possibilità di portare in Consiglio non un pacchetto di misure annunciate in conferenza stampa, ma un piano. Un documento che sappia leggere il presente per accompagnare il futuro. Che metta insieme il dato demografico, il disagio psicologico, la crisi abitativa, il ritardo delle borse di studio, l’emigrazione silenziosa di chi parte e non torna — e ne faccia una politica organica, pluriennale, verificabile.
Il Veneto che si autorappresenta — e che qualche volta si autocelebra — come modello di sviluppo, coesione sociale, eccellenza manifatturiera, ha un punto cieco che da anni si rifiuta di guardare: sta perdendo i suoi ragazzi. Non solo quelli che emigrano. Anche quelli che restano ma si ritirano, si spengono, non trovano il modo di diventare adulti in un territorio che li riconosce come consumatori prima che come persone.
Lo psicoterapeuta Matteo Lancini, citato nell’inchiesta del Corriere del Veneto, lo dice con una chiarezza che non ammette diplomatismi: il vero problema non sono i ragazzi, siamo noi adulti. Abbiamo preteso che fossero sempre performanti, sempre contenti, sempre connessi, e poi ci stupiamo se cercano una via di fuga. Il disagio giovanile non nasce da TikTok. Nasce da un silenzio molto più antico — il silenzio degli adulti che non sanno stare accanto a qualcuno che non sa ancora cosa gli sta succedendo.
Una legge regionale non può riempire quel silenzio. Ma può costruire le condizioni perché qualcuno lo provi: più psicologi nelle scuole, più alloggi accessibili, più strumenti per chi vuole restare senza rinunciare a diventare ciò che è. Può smettere di misurare i giovani in termini di produttività futura e cominciare a vederli come persone che hanno bisogno, oggi, di essere riconosciute.
Ecco perché quello che sta succedendo in Regione — al di là delle singole misure, al di là della polemica sui social e sui bulli — è già, in sé, una piccola rivoluzione. Non quella delle conferenze stampa sulle performance di un Veneto che si rigenera. Quella, più silenziosa e più difficile, di chi si ferma davanti a una domanda scomoda e decide che vale la pena risponderle.
Non con una slide. Con un piano.




