di Arrigo Abalti · Giugno 19, 2026
Letta in filigrana, la bozza d’accordo veneto sulle Case della Comunità è la fotografia di un equilibrio onesto fra due interessi legittimi. Ma al tavolo, di quel tavolo, manca proprio colui per cui il tavolo è stato apparecchiato.
Un Accordo Integrativo Regionale è, per sua natura, un compromesso. Lo firmano due parti: da un lato la Regione, cioè la politica, che deve onorare il PNRR e riempire di medici le Case della Comunità prima che le scadenze la raggiungano; dall’altro le organizzazioni sindacali della medicina generale, che difendono i compensi, governano i turni e proteggono — giustamente — l’autonomia di una categoria sfiancata e in via di estinzione anagrafica. Il testo veneto è la fotografia di questo equilibrio, ed è un equilibrio in buona fede. Ciascuno dei due porta a casa qualcosa, ciascuno cede qualcosa. È così che funziona la concertazione, e non c’è nulla di scandaloso.
La stonatura, semmai, è silenziosa, e si vede solo in filigrana: contando le parole. Quelle che ricorrono — turni, disponibilità, priorità, graduatoria, interpello, compenso — disegnano nitidamente i due contraenti e le loro preoccupazioni. E il malato? Compare, certo. Ma compare come «assistito», come unità di misura («1,32 euro per assistito»), come «destinatario di servizi» che un colpo d’ala retorico promuove perfino a «parte attiva» della propria cura. Un soggetto nominato solo per essere contato, o lusingato, non è un soggetto seduto al tavolo. È l’oggetto della trattativa, non un suo protagonista.
È un accordo scritto attorno a un letto. Si discute con cura chi lo veglierà, in quali ore, per quante ore consecutive e a quanto l’ora; si stabilisce la fila di chi ha diritto a vegliarlo per primo. Tutto, tranne una cosa: chi in quel letto è disteso. Il centro della stanza resta vuoto, e attorno al vuoto si organizzano le presenze.
Susan Sontag, all’inizio di Malattia come metafora, scriveva che ognuno di noi possiede sin dalla nascita una doppia cittadinanza: «nel regno dei sani e nel regno dei malati». Questo accordo è un trattato di confine negoziato interamente dentro il regno dei sani — i politici, e i medici nella veste di organizzatori del servizio — che si spartisce le modalità di accesso al regno dei malati senza che nessun cittadino di quel regno sia stato convocato. I medici, è vero, dei pazienti sono i naturali avvocati; ma a questo tavolo siedono come categoria che contratta le proprie condizioni, non come voce del paziente. Sono due ruoli diversi, e l’accordo lo dimostra riga per riga.
Il punto non è tecnico, è di prospettiva. La riforma nasce «di prossimità»: doveva avvicinare la cura alla persona. Ma se l’intera architettura viene pensata a partire da chi eroga e da chi paga, l’esperienza di chi sta male — trovare un medico che ti conosca, essere ascoltato senza fretta, avere una risposta anche di notte — scivola a variabile residua. Lo si intuisce perfino nella celebre presenza «H24» della Casa della Comunità, che a leggere bene vale dalle otto alle venti, dal lunedì al venerdì: una continuità pensata sull’orario di chi lavora, non sull’orario in cui ci si ammala. La febbre, notoriamente, non rispetta gli accordi integrativi.
Nulla di tutto questo nasce da cattiva volontà. È la fisiologia di ogni compromesso fra due interessi legittimi: il terzo, quello che non firma e non protesta, finisce per pesare meno. L’accordo fa il suo mestiere, e lo fa con onestà, dentro i suoi limiti e la sua data di scadenza. Ma una riforma che si vuole «della comunità» sarà giudicata proprio dalla sedia che ha lasciato vuota — e dal fatto che, quando arriverà l’accordo definitivo, qualcuno si ricordi finalmente di apparecchiare un posto anche per la persona per cui l’intero tavolo era stato messo in piedi. Per ora quel posto resta lì, e nessuno vi si è ancora seduto.



