Sintesi batte agguato: la firma che il vecchio Veneto non si aspettava

di Arrigo Abalti · Giugno 19, 2026

Il test delle Case della Comunità era l’occasione per chi non si rassegna al cambio di generazione — e di metodo. Ma ha vinto il metodo: studiare i dossier, dialogare con le parti, fare sintesi. Il contrario della finta piacioneria che nasconde la cultura del nemico

 

C’è un modo elegante per far cadere chi è appena arrivato: consegnargli un problema irrisolto con la scadenza già scritta, e aspettare che inciampi. Letta nella filigrana della lotta di potere in corso tra i palazzi veneziani della Regione, è facile da intravvedere. Le Case della Comunità — le strutture che il PNRR ha disseminato nel Vicentino, nel Veneto e in tutta Italia, millecentocinquanta in tutto il Paese, una ogni quarantaquattromila abitanti, circa due miliardi di euro di muri nuovi — erano il terreno perfetto per quell’agguato. Sorgevano vuote, prive dell’unica cosa che un bando di gara non può comprare: il medico. E senza un’intesa con la medicina generale rischiavano di restare scatole vuote proprio mentre scadeva il cronometro europeo. Per il vecchio establishment della sanità veneta era la trappola ideale tesa al nuovo corso. Ieri, a Venezia, la trappola è stata disinnescata. Alberto Stefani conduce il rito con Gino Gerosa e Giancarlo Ruscitti come concelebranti.

La Regione del Veneto ha firmato con le sigle della medicina generale — FIMMG, SNAMI, SMI e FMT — l’accordo che porterà i medici di famiglia dentro le Case della Comunità; per la Regione ha siglato il nuovo Direttore generale dell’Area Sanità e Sociale, Giancarlo Ruscitti. Il presidente Alberto Stefani parla di primato: «Primi in Italia, abbiamo dato vita a un modello 100% veneto, che potrà essere esportato anche in altre regioni». L’assessore alla Sanità Gino Gerosa — cardiochirurgo prestato alla politica, in carica da pochi mesi — di «un servizio in più per i cittadini». E dal fronte sindacale il segretario regionale di FIMMG Veneto, Enrico Peterle, eletto ad aprile, registra un accordo «innovativo e condiviso».

La parola che conta, in quel «condiviso», è il metodo. Perché la trappola non è stata smontata con un colpo di teatro, ma con il suo opposto: settimane di confronto — «che ho seguito anche in prima persona», ha tenuto a precisare Stefani — lo studio dei dossier, il dialogo con le parti fino a portarle alla firma. Fare sintesi, come dicevano i democristiani nel linguaggio barocco della prima Repubblica: l’esatto contrario della finta piacioneria che dietro il sorriso cova la cultura del nemico, quella per cui la controparte non è qualcuno con cui mediare ma qualcuno da abbattere. La notizia politica, più che nei numeri dell’accordo, sta qui.

La trappola: vent’anni di rinvii

Cominciamo da una circostanza che nessun comunicato ufficiale racconterà mai. L’assessorato alla Sanità del Veneto — nove miliardi di bilancio, due terzi dell’intera spesa regionale — è stato per quasi sette anni, dal gennaio 2019 alla fine della giunta Zaia, nelle mani di Manuela Lanzarin, leghista, vicentina di Rosà, già sindaco del suo Comune e perfino parlamentare. Una figlia del territorio, che le criticità della medicina generale veneta le conosceva una per una: la carenza di medici di base tra pensionamenti e giovani che fuggono da una professione poco attrattiva, l’avvio incombente delle Case della Comunità, e soprattutto un Accordo Integrativo Regionale — la cornice che disciplina le cure primarie — rimasto fermo, incredibilmente, al 2005. Vent’anni senza aggiornamento.

Non si tratta di ricostruzioni di parte. Sotto la sua gestione le trattative sull’AIR si sono ripetutamente arenate, la FIMMG ha abbandonato il tavolo e proclamato lo stato di agitazione più volte in pochi anni, e si è arrivati al traguardo del PNRR — l’avvio delle Case della Comunità entro l’estate 2026 — con il dossier sostanzialmente aperto. Alla vigilia delle elezioni, a inizio novembre 2025, è stato sì firmato un “pre-accordo politico”, ma quello era un atto di intenzioni: il lavoro sporco, quello operativo, è rimasto sul tavolo.

E quel tavolo lo hanno trovato apparecchiato altri: un assessore tecnico in carica da poche settimane, un Direttore d’Area appena insediato, una giunta nuova di zecca. È la classica polpetta avvelenata: un problema noto da anni, segnalato a voce alta, documentato negli atti, lasciato maturare fino alla scadenza europea e poi consegnato al successore perché lo risolvesse di corsa. E per il vecchio establishment che non si rassegna al cambio di generazione — e di metodo — era qualcosa di più di un’eredità scomoda: era la scommessa che il nuovo corso, proprio su un dossier così, sarebbe inciampato. La scommessa è stata persa. Chi è arrivato dopo non ha alzato la voce né cercato il capro espiatorio: ha raccolto la patata bollente e, in poche settimane, l’ha trasformata in un accordo firmato da tutte le sigle.

 

Che cosa prevede l’accordo, in concreto

Il meccanismo è lineare. Nelle Case della Comunità Hub la copertura è sulle ventiquattro ore, sette giorni su sette; nelle Spoke, dodici ore per sei giorni. Ma l’attività affidata ai medici di famiglia riguarda la fascia diurna feriale, dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 20, in turni di almeno quattro ore. La notte, i prefestivi e i festivi restano alla Continuità Assistenziale: una delimitazione netta, che evita confusioni.

Il cuore clinico è il raccordo con il numero unico 116117. Il medico riceve, tramite applicativo, le schede già filtrate dalla centrale secondo il triage SMASS, e gestisce quelle a priorità alta e media; quelle a bassa priorità tornano al rapporto fiduciario con il medico curante. È, in pratica, un imbuto che dovrebbe intercettare la domanda non urgente prima che si scarichi sui pronto soccorso. A tutela della sostenibilità, un tetto di buon senso: fino a quattro visite per ora. Niente prestazioni a domicilio, niente constatazioni di decesso, e una responsabilità professionale circoscritta alla sola gestione medica del caso preso in carico.

Sul piano economico, la cifra comunicata — circa sessanta euro lordi l’ora — è esatta, ma è la somma di un piccolo mosaico: la quota dell’ACN (25,10 più 13,62 euro per ora effettivamente svolta), una quota regionale di pochi centesimi, una componente annua legata agli assistiti, un fondo per obiettivi definiti in azienda. A reggere l’organizzazione, una figura nuova e temporanea, il Coordinatore dell’attività oraria diurna, pagato quattrocento euro al mese. Le Case mettono a disposizione spazi, diagnostica di primo livello — elettrocardiografo, spirometro, ecografo, point-of-care — e telemedicina.

Letto con l’occhio di chi conosce la materia, è un testo scritto con prudenza: la partecipazione è volontaria, il recesso sempre possibile con sessanta giorni di preavviso, il rapporto fiduciario tra cittadino e proprio medico è preservato, il carico di lavoro sarà verificato a tre mesi. Protegge il professionista mentre lo coinvolge. Ed è proprio questa la sua intelligenza — e insieme il suo limite.

 

I tre nodi che restano

Perché la prudenza del documento è un po’ anche la sua fragilità.

Il primo nodo è la scadenza. Questo non è l’AIR, è un ponte verso l’AIR. Vale fino al 31 dicembre 2026, non si rinnova in automatico, e si definisce esso stesso «prima applicazione» del nuovo contratto nazionale. La trattativa vera, quella destinata a riscrivere le cure primarie venete, comincerà solo a luglio. Una soluzione-tampone, dichiaratamente provvisoria.

Il secondo nodo è la differenza tra incentivo e struttura. Sessanta euro l’ora sono una buona leva, ma una leva funziona solo se qualcuno la afferra. Il Veneto, come tutta Italia, ha pochi medici di famiglia. Un accordo interamente fondato sull’adesione volontaria di una categoria in sofferenza numerica corre un rischio elementare: che le ore restino scoperte e che le Case — di nuovo — non si riempiano. La verifica a tre mesi non è una formalità: è l’esame di realtà.

Il terzo nodo è locale, ed è quello che riguarda chi legge da queste parti. Nel Vicentino le Case della Comunità fanno capo all’AULSS 7 Pedemontana e all’AULSS 8 Berica, territori vasti, con aree pedemontane e periferie dove la carenza di medici morde di più. Sarà lì, e non nelle conferenze stampa di Venezia, che si capirà se il modello regge: se alle otto di un martedì qualunque l’ambulatorio diurno apre, se c’è un medico al 116117, se le quattro visite l’ora tengono. È la prova del nove, e si fa sul campo.

 

La firma, e ciò che viene dopo

Non c’è retorica nel riconoscere il merito di chi ha portato a casa l’accordo. La medicina di prossimità si costruisce con intese pazienti più che con proclami o conferenze stampa armati di slide e giochi di prestigio sui numeri, e questo testo è scritto da chi conosce sia il diritto del lavoro convenzionato sia la fatica del camice. Ma un modello non si misura il giorno della firma. Si misura quando le porte si aprono — e si vede se dentro c’è qualcuno.

Negli ultimi cinque anni, la stanza dei bottoni della sanità veneta è stata occupata da chi quei problemi li vedeva arrivare e ha scelto, di fatto, di tramandarli. Oggi qualcun altro ha cominciato a sbrogliarli. Sarà giusto applaudire, semmai, quando le Case della Comunità del Vicentino — e del Veneto — non saranno più scatole vuote. Quel giorno non è ancora arrivato. Dipenderà, come sempre nella sanità italiana, non dalle dichiarazioni dei presidenti di qualunque regione, ma da quante persone, ogni settimana, sceglieranno davvero di andarci a lavorare. Intanto oggi il primo applauso è meritato perchè chi ha ereditato le scelte non fatte quando si era in tempo, ha saputo evitare la trappola, ma soprattutto ha fatto la migliore delle sintesi possibili.

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