di Arrigo Abalti · Settembre 12, 2026
Il punto nascite del San Lorenzo di Valdagno chiude il 31 ottobre, insieme a quelli di Adria, Castelfranco e Portogruaro. Asiago invece resta aperto, perché sta a mille metri. La norma sa misurare l’altitudine: la politica vicentina ha passato quindici anni a fingere di non saper leggere l’altimetro
Deroga. È una parola che sembra generosa e invece è severissima: dice che la regola c’è, che vale per tutti, e che qualcuno può esserne dispensato soltanto dimostrando di trovarsi in una condizione che gli altri non hanno. Chiedere una deroga non significa contestare la norma. Significa ammetterla.
A Valdagno l’hanno chiesta per anni, e per anni qualcuno gliel’ha concessa. Tanto che ai primi di giugno la direzione generale dell’Area Sanità della Regione parlava di interlocuzioni con il ministero per ottenere un’ulteriore deroga. Ulteriore: l’aggettivo più onesto dell’intera faccenda.
Poi il Comitato Percorso Nascita nazionale ha detto no, e la delibera regionale 453 del 28 maggio ha fissato la data. Il 31 ottobre, la stessa di Portogruaro. Non un anticipo a sorpresa: una scadenza scritta da tre mesi, che qualcuno ha scoperto la settimana scorsa.
Nel 2025 a Valdagno sono nati poco più di duecentocinquanta bambini. L’Accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010 — quindici anni fa, non dieci — indica «almeno 1000 nascite/anno quale parametro standard a cui tendere», e ammette di restare sotto i cinquecento soltanto per i punti nascita che si trovino, dice il testo, «in condizioni orograficamente difficili». Duecentocinquanta è un quarto dello standard e la metà del pavimento.
Ed è qui che arriva la parte che in Valle dell’Agno nessuno ha voluto raccontare fino in fondo: quella clausola non è una porta sbarrata, è un altimetro. Nello stesso atto che chiude Valdagno, la Regione ha salvato Asiago — mille metri di quota, e d’inverno anche un’ora e mezza per scendere a valle, tra neve e traffico. Il criterio ha funzionato. Ha soltanto dato due risposte diverse a due posti diversi. Valdagno sta poco sopra i duecentocinquanta metri, e dall’ospedale Cazzavillan di Arzignano — stessa azienda sanitaria, punto nascite attivo — la separa un quarto d’ora di fondovalle.
Nel ciclismo le salite hanno una categoria, e non la decide il paese che le ospita: la assegna una giuria, con la pendenza e la quota alla mano. Il Gran Premio della Montagna non si vince dichiarandosi montagna. Eppure l’istanza per tenere aperto il punto nascite porta le firme di Francesco Rucco, Manuela Lanzarin, Alessia Bevilacqua, della senatrice Erika Stefani: Lega e Fratelli d’Italia, cioè le forze che governano insieme a Roma e in Regione, che chiedono una deroga a se stesse sapendo come sarebbe andata a finire. Dall’altra parte Claudio Borgia (FdI) ricorda che la norma discende dal decreto Lorenzin, figlio di un governo di centrosinistra, e il Partito democratico replica che è una falsificazione. Hanno ragione tutti e due, ed è precisamente questo il problema: quando ciascuno ha ragione sulla paternità della regola, nessuno si prende la responsabilità di applicarla.
Il sindaco Maurizio Zordan dice che non è tollerabile che la Regione decida di chiudere sulla base di un decreto del 2015. Ha ragione sul metodo — i sindaci informati per ultimi, l’incontro in Regione slittato per la seduta sul fine vita — e torto sulla sostanza: quel decreto sta lì da undici anni, e undici anni sono un tempo più che sufficiente per dire la verità a una comunità, invece di prometterle ogni dodici mesi un rinvio. Dice anche che il reparto funziona bene, e probabilmente è vero. Ma la soglia non misura quanto si lavora bene: misura quante volte l’anno quell’équipe incontra l’emorragia rara, il parto che si mette male alle tre di notte. Sotto una certa quota, l’esperienza non si accumula. È una cosa spiacevole da dire a una valle. È vera.
Il paradosso è tutto qui: per quindici anni nessuno ha voluto perdere il consenso di duecentocinquanta famiglie l’anno, e così quelle famiglie hanno vissuto dentro un’attesa che nessuno aveva davvero intenzione di onorare. Non è stata generosità, è stato rinvio. E il rinvio, in amministrazione, è la forma più elegante della bugia: non dice niente di falso, si limita a non dire niente di vero.
Ora resta il pezzo serio, quello di cui in questi mesi si è parlato pochissimo: che cosa arriva al San Lorenzo al posto del punto nascite, con quali orari, con quanto personale, e in quanti minuti un’ambulanza sale a Recoaro in una notte di gennaio. Su quello i sindaci hanno tutto il diritto di non mollare, e su quello i numeri li devono dare gli altri.
Perché chi si dichiara montagna sapendo di stare in fondovalle non rischia soltanto di perdere la deroga: rischia di non essere creduto il giorno in cui avrà ragione.



