Datemi una leva

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di Arrigo Abalti · Ottobre 18, 2026

Il rapporto curato da Roberto Garofoli per l’Anci, «Le leve per la crescita», mette in fila i numeri della sanità italiana. Gli attrezzi ci sono, manca chi ci metta il peso. E il Veneto, una leva, l’ha già in mano

 

 

Leve. Il titolo del rapporto che Roberto Garofoli ha curato per l’Anci, edito dal Mulino, sta tutto in quella parola, ed è una parola onesta. Una leva non è un miracolo e non è una riforma: è un attrezzo. Funziona solo se qualcuno ci mette il peso, e solo se trova un punto su cui appoggiarsi.

Un anno di lavoro, più di cento esperti, un capitolo sulla sanità che un noto quotidiano racconta con un titolo che dice già molto: idee per uscire dal talk show.

I numeri sono noti a chiunque frequenti la materia, ed è proprio questo il punto. L’Italia spende per la sanità il 6,3 per cento del Pil, contro il 7,1 della media Ocse. I posti letto sono tre ogni mille abitanti. Chi può, dal Sud, sale a curarsi al Nord, anche qui da noi, e spesso nel privato.

Fin qui c’è la parte che in televisione funziona. La politica, soprattutto quando parla dall’opposizione, la riduce a una richiesta sola: più soldi. È la leva più comoda da indicare, perché tirarla tocca sempre a qualcun altro.

Il rapporto dice una cosa meno televisiva: le risorse in più servono ma non bastano. Servono la medicina sul territorio, l’assistenza a casa, la telemedicina. Serve soprattutto smettere di prescrivere a tentativi, con l’esame in più perché la diagnosi non è chiara e allora si prova. Chi ha visto Alberto Sordi nei panni del dottor Tersilli, nel Medico della mutua, sa che il Paese ha sempre avuto un certo talento per la medicina che moltiplica le carte invece delle cure.

Il paradosso è tutto qui. Le leve sono note, catalogate, perfino rilegate. Manca il fulcro. E il fulcro, in una democrazia, ha un indirizzo preciso: l’ufficio studi, il tecnico che conosce il dossier, il funzionario che sa dove si incaglia una delibera. Sono proprio le cose di cui la politica, osserva il pezzo, pare voler fare sempre più a meno.

Settant’anni fa Luigi Einaudi apriva le sue Prediche inutili con un saggio intitolato Conoscere per deliberare, e con una domanda: «Giova deliberare senza conoscere?». Il titolo della raccolta era già la risposta che si aspettava.

Il Veneto, che di quei pazienti in viaggio dal Sud è una delle mete, una leva l’ha costruita prima che si chiamasse così: le medicine di gruppo integrate. Medici insieme, con l’infermiera e la segretaria nello stesso ambulatorio, aperto più ore. Era medicina territoriale prima che il Pnrr ne facesse una voce di bilancio.

Dal primo gennaio la Regione cambierà il modo in cui quel personale viene pagato, e l’assessore Gino Gerosa ha detto di non voler disperdere quel «patrimonio di competenze e professionalità». È l’intenzione giusta. Se si può aggiungere un consiglio non richiesto, è questo: la leva c’è già, conviene usarla e non riporla. Le Case della Comunità che stanno aprendo hanno bisogno proprio di ciò che in quegli ambulatori esiste già: persone che conoscono i pazienti per nome. Portarle dentro costa meno che reinventarle.

Poi ci sono le nuove leve, nell’altro senso della parola. In Veneto le domande per il corso di medicina generale sono state più del doppio dei posti disponibili. Il braccio, insomma, c’è. Bisogna dargli qualcosa da spingere.

Perché un rapporto come questo non chiede di essere applaudito: chiede di essere usato. E una leva che nessuno impugna non è uno strumento: è un soprammobile, per quanto ben rilegato.

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