di Arrigo Abalti · Marzo 31, 2024
La prima volta che avevo sentito parlare di Vladimiro Riva eravamo alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Ero, insieme ad altri, un dirigente del Giovanile della DC e i leader dell’epoca erano guardati da noi con un misto di ammirazione e rispetto. Inavvicinabili e misteriosi, avanzavano sicuri e quando prendevano la parola nella grande sala di Via Napoli, sede DC, suscitavano il silenzio di chi ha dimestichezza decennale con il potere.
Vladi, come lo chiamavano tutti, era il candidato del gruppone Doroteo alla guida di AIM, il sindaco della città, era da poco un giovane Achille Variati, e l’imboscata Riva la stava per ricevere dai suoi cosiddetti amici. Alcuni colonnelli dorotei dell’epoca avevano espresso riserve su di lui. Era, in effetti, un democristiano atipico. Capace ed intelligente, ma senza il profumo di sacrestia e lo stile curiale che piaceva a loro. Un laico ante litteram seppur profondamente democristiano. Attento al mondo dell’economia e dell’impresa vicentina negli anni ruggenti, aveva capito che la stagione delle ideologia stava morendo e le logiche del mercato stavano occupando anche le stanze della Balena Bianca.
Era un uomo con una forte personalità, difficile da manovrare. Profondamente legato a Danilo Longhi, a cui restò fedele fino alla morte e con il quale immaginò una Vicenza al passo con i tempi e con un piede nel futuro, riuscì a portare in fondo l’operazione e divenne Presidente della municipalizzata dopo vent’anni di regno assoluto dell’avvocato Enrico Vettori, di fede rumoriana.
Fu una lezione che non dimenticai e che andrebbe ricordata a chi oggi è in prima fila nei partiti che hanno cambiato pelle e, in molti casi, perso l’anima.
Di fronte al niet su Riva, i suoi amici contrapposero una regola: se si mette un veto su uno di noi, quello diventa il candidato assoluto per principio, a costo di far saltare ogni altro accordo. E alla fine i congiurati contro Vladimiro persero la partita e, qualche anno dopo il potere e vennero archiviati nella soffitta polverosa della Balena Bianca.
Lui no. Sapeva leggere i segnali del cambiamento con largo anticipo, e così come aveva capito che la stagione di Mariano Rumor stava per finire – ma di recente lo ha riconosciuto come il più grande politico vicentino di sempre – , si era poi ricavato una spazio nel turismo e nella promozione della città che amava tanto. E in questi giorni tutti lo ricordano per quello che hanno conosciuto di lui, la sua seconda o forse perfino terza vita.
Ma Vladimiro Riva in realtà era molto di più di un uomo brillante innamorato di Vicenza ed artefice dei tanti riconoscimenti che la città ha ricevuto. Era una persona che aveva una profonda passione civile ed un talento straordinario per la politica. Sapeva leggerla e tradurla, aveva sempre un punto di vista sagace e puntuale sul presente e sul passato, non era mai banale nè superficiale e ogni battuta nascondeva un pensiero complesso. Per molti anni è stato un uomo con cui andare a confrontarsi sulle complessità del nostro territorio e le chiacchierate con lui lasciavano intravvedere relazioni importanti ed una dimestichezza con le logiche sfumate del potere che non ha mai perso.
Un maestro in questo senso.
Riconosciuto privatamente da tutti, ma tenuto celato dai più, perchè andare in udienza da Vladi significava riconoscergli un’autorevolezza che ormai è in via di estinzione se ci guardiamo intorno nel grigiore generale in cui siamo immersi. Soprattutto quando non è legittimata dal ruolo istituzionale. Ma Riva non aveva bisogno del ruolo per essere autorevole.
Ed è così che vogliamo ricordarlo, non come il capo del Consorzio Vicenzaè, ma come un uomo che non ha mai smesso di essere un politico e, in politica, di essere un maestro.



