di Arrigo Abalti · Aprile 10, 2025
Lo scrittore a Vicenza ci spiega perché salvarla è un affare per tutti. Anche economico.
Partiamo da una bestemmia. Pensate che una libreria sia importante quanto una caserma dei carabinieri? Pensate che un teatro meriti le stesse attenzioni di una farmacia? Ecco, per Pietrangelo Buttafuoco non c’è nemmeno da discuterne.
Ieri sera, nella bellezza austera della chiesa di San Vincenzo, lo scrittore siciliano l’ha detto chiaro: “Bisogna salvaguardare cinema, teatri e librerie come le farmacie e le caserme dei carabinieri”. Non una provocazione, ma un programma politico. Perché nel mondo di Buttafuoco la cultura non è un orpello per intellettuali con la puzza sotto il naso, ma ossigeno per la società. Punto.
CULTURA SPA: UN EURO NE PRODUCE TRE
I conti sono presto fatti. “Ogni euro speso nella cultura ne produce tre”. Diciamolo a quei ministri che, appena arriva la mannaia dei tagli, partono dalla cultura come se fosse un capriccio e non un investimento. Giovanni Diamanti, Presidente della Fondazione del Monte di Pietà e ideatore dei “Dialoghi al Monte”, un format che ha preso il via proprio con il Presidente della Biennale di Venezia, ha toccato il nervo scoperto: “I soldi sono il limite della politica culturale”. Come dargli torto? Ma il problema non è solo questo.
Il nodo è: possiamo lasciare che il mercato decida tutto? Buttafuoco non è un ingenuo. Sa bene che il privato può essere una risorsa, ma aggiunge: serve “il giusto rapporto tra investimenti nella cultura e redditività”. Diamanti incalza: “Si può coinvolgere il privato senza esserne succubi?”. La domanda resta sospesa nell’aria, come tutte le domande che contano davvero e che forse è meglio non fare.
DA CARAVAGGIO A BOLLYWOOD: CHI HA DETTO CHE CON LA CULTURA NON SI MANGIA?
Gli esempi non mancano. Buttafuoco cita Caravaggio, “scaltro e abile nel farsi pagare”. Un genio, certo, ma anche un professionista che non si faceva infinocchiare. Ecco perché “l’attività culturale è lavoro e va pagato”. Fine della retorica sulla cultura come missione per anime belle disposte a morire di fame.
E fuori dall’Italia? “In Turchia teatro, cinema e librerie funzionano perché guadagnano tantissimo”. E ancora: “Bollywood è un esempio di economia e commercio con la cultura”. Mentre noi ci piangiamo addosso, altri corrono. Le “società nuove hanno una consapevolezza e urgenza di formazione che è fatta di film, teatri e librerie insieme all’indotto che è un motore economico”. Da noi invece? Si discute, si rimanda, si teorizza. Nel frattempo il mondo va avanti.
IL CIELO NON CADRÀ: LA LEZIONE CINESE A TRUMP
“Il cielo non può cadere”. Parola di Confucio. È la risposta dei cinesi a Trump, spiega Buttafuoco. Una lezione di saggezza che arriva da lontano. Mentre l’Occidente si agita nel panico, l’Oriente osserva il lungo periodo. E sa che “le cose solide restano”.
Le due dinamo del futuro? “L’Africa e l’Euro-Asia”. Il baricentro si sposta. Istanbul diventa “le mille e una notte in forma di hub”. Un crocevia di culture e commerci. E noi? Noi restiamo a guardarci l’ombelico, convinti che il mondo finisca al confine del nostro giardino.
I BORGHI CONTRO LE METROPOLI: LA RIVINCITA DELLA PROVINCIA
Ma c’è un’Italia che resiste. E non è quella delle grandi città. “La ricchezza della provincia è nei comuni sotto i 10mila abitanti dove tutti si conoscono”. I borghi, quelli che abbiamo abbandonato inseguendo il miraggio metropolitano, “devono essere rivalutati e rilanciati”. Non per nostalgia, ma per strategia.
È lì che la cultura respira ancora, dove non è diventata merce o intrattenimento da scrolling compulsivo. Dove “serve una volontà politica per vivere l’agorà”. Perché il problema dell’Occidente è “il livello del confronto”. Troppo basso, troppo superficiale, troppo rumoroso.
DA CIMABUE A GIOTTO: LA STAFFETTA CHE CONTINUA
E alla fine si parla anche di maestri e discepoli, di modelli di riferimento che non ci sono più e qui Buttafuoco butta la frase a effetto: “Non si scappa, funziona sempre così: uno è Cimabue e l’altro è Giotto”. Serve scuola e formazione, servono maestri. “Gesualdo Bufalino intervistato sulla mafia disse che per batterla serve un esercito di maestri elementari”. E provocato da Diamanti sulla tradizione, replica, “Le tradizioni non sono gabbie, ma testimoni da passare. La cultura è una staffetta: qualcuno deve correre, qualcuno deve passare il testimone. Ma tutti, proprio tutti, devono essere pagati per farlo”.
Perché alla fine, fuori dalla retorica e dagli slogan, il messaggio di Buttafuoco è semplice: la cultura è un affare serio. Serio come una caserma dei carabinieri. Serio come una farmacia. E, come ogni cosa seria in questo mondo, merita rispetto. E finanziamenti.
Tutto il resto è chiacchiera. E di chiacchiere, in questo Paese, ne abbiamo già fin sopra i capelli.



