di Arrigo Abalti · Maggio 6, 2025
La crisi della medicina territoriale che stiamo osservando è ben più di un’emergenza passeggera: è il sintomo di un sistema sanitario che ha perso la bussola. I numeri sono impietosi: oltre 37.000 medici di famiglia in tutta Italia, con le pensioni che avanzano molto più velocemente dei nuovi ingressi.
Il Veneto, regione benchmark della galassia della salute pubblica italiana, oggi appare in affanno con quasi 1.800 abitanti per medico di base. Non siamo ai livelli critici di altre parti d’Italia, ma ci stiamo allontanando da quel modello veneto che fino a qualche anno fa era studiato in tutta Europa.
A Vicenza e in provincia la situazione è particolarmente sentita. Quartieri interi rimangono scoperti quando un medico va in pensione, con cittadini costretti a migrare verso ambulatori distanti chilometri o, peggio, a rivolgersi impropriamente al pronto soccorso per problemi gestibili sul territorio. Per non parlare di comuni dove si festeggia l’arrivo di un medico di base come una benedizione, colpisce che poco tempo fa a Lonigo il sindaco abbia convocato una conferenza stampa per dichiarare la sua gioia per l’insediamento di un nuovo medico di base. E questo la dice lunga.
Mentre i governatori, e soprattutto assessori alla Sanità, si confrontano sui nodi della riforma, viene da chiedersi dove sia finita quella visione che aveva reso la sanità veneta un esempio di efficienza e prossimità. La dipendenza per i nuovi medici e le ore di servizio nelle Case di comunità sembrano più rattoppi che soluzioni strutturali.
L’assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin, nonostante gli annunci, non è riuscita finora a invertire la tendenza. Le sue politiche non hanno saputo arginare la fuga dei camici bianchi né garantire un adeguato ricambio generazionale. Gli incentivi proposti sono apparsi timidi e insufficienti di fronte alla complessità della sfida.
La verità è che abbiamo assistito a un progressivo impoverimento della medicina territoriale, con finanziamenti inadeguati e programmazione miope. Mentre si inauguravano grandi ospedali, si lasciava deperire quel presidio fondamentale rappresentato dal medico di famiglia, figura insostituibile non solo per la cura ma anche per la prevenzione.
Vicenza, che già soffre per le liste d’attesa sempre più lunghe, rischia di vedere ulteriormente compromessa l’assistenza di prossimità se non si interverrà con misure radicali e immediate. Secondo le nostre indagini, in alcune aree della provincia si arriva a superare i 1.900 abitanti per medico di base, ben oltre i parametri ottimali.
Non bastano le promesse: servono incentivi concreti per attrarre giovani medici nel territorio, un ripensamento della burocrazia che soffoca chi esercita questa professione, e soprattutto una visione che rimetta al centro il paziente e non i bilanci.
Come diceva Andrea Palladio: “La città è un corpo vivo che respira attraverso le sue piazze, i suoi palazzi e la sua gente.” Oggi, quel corpo ha bisogno di medici per continuare a respirare.



