Sul clima a Vicenza citofonare Blair

di Redazione · Maggio 2, 2025

Dopo anni di slogan e buone intenzioni, a Vicenza serve un cambiamento di rotta: concretezza, tecnologia e una nuova visione industriale per guidare davvero la transizione ecologica.

 

C’è una verità che nessuno dice, ma che pesa come il classico elefante nella stanza che si continua a far finta di non vedere: la battaglia climatica, a Vicenza come altrove, non si vincerà con le prediche ma con scelte concrete e strategiche. Mentre i nostri consiglieri comunali si rimpallano le responsabilità, con la destra che accusa la sinistra di governo di non fare scelte e la sinistra che risponde “e voi cosa avete fatto quando eravate in maggioranza?” – con maggioranza e opposizione impegnate in una guerra di accuse che non porterà da nessuna parte – Milano ha varato un piano clima che ha ridotto del 20% le emissioni di CO₂ in cinque anni.

“Si facessero” – come dicono a Roma – delle domande serie: perché Vicenza, con i suoi 110.000 abitanti, non riesce a fare quello che hanno fatto città come Bolzano o Pesaro? A Bolzano, il progetto CasaClima ha trasformato l’edilizia pubblica e privata, tagliando i consumi energetici del 30%. A Pesaro, hanno lanciato la “Bicipolitana”, una metropolitana di superficie per biciclette con 16 linee colorate che ha ridotto il traffico veicolare del 25%. E noi? Ancora fermi alle dichiarazioni d’intenti sul PAESC (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima) che doveva essere operativo già nel 2023 e che giace dimenticato negli uffici di Palazzo Trissino.

Il problema non sono le risorse: i fondi PNRR ci sono, e ci sono anche i bandi europei dedicati. Il problema è la visione. Parigi, con la sindaca Hidalgo, ha avuto il coraggio di ridurre drasticamente lo spazio per le auto private, creando le “città di 15 minuti” dove tutti i servizi essenziali sono raggiungibili in un quarto d’ora a piedi o in bici. E i risultati si vedono: -40% di biossido di azoto in cinque anni. Vicenza è dieci volte più piccola: potremmo trasformarla in una “città di 10 minuti” con investimenti molto inferiori.

Ma invece di studiare questi modelli e adattarli al nostro contesto, l’amministrazione preferisce limitarsi a qualche assemblea con i Commercianti, senza nemmeno un serio piano di potenziamento del trasporto pubblico. Il risultato? Bus semivuoti che continuano a percorrere le stesse tratte dagli anni ’90, mentre viale San Lazzaro, viale Diaz e la Marosticana rimangono intasati nelle ore di punta.

Ma cosa servirebbe davvero a Vicenza?

Un piano energetico comunale che obblighi tutti gli edifici pubblici a diventare carbon neutral entro il 2028, come ha fatto Friburgo, ad esempio. Non servono mirabolanti tecnologie, ma interventi sistematici su isolamento, riscaldamento e produzione energetica locale.

Una rete di mobilità integrata che colleghi davvero tutti i quartieri, dalla Stanga a Laghetto, da Sant’Agostino a Bertesinella, con priorità assoluta a trasporto pubblico e mobilità dolce. Valencia ha trasformato l’ex letto del fiume Turia in un parco lineare di 9 km che attraversa tutta la città. Noi potremmo fare lo stesso con l’asse del Bacchiglione, creando una vera autostrada ciclopedonale est-ovest.

Abbiamo l’Università, di cui tutti i politici parlano, ma che nessuno riesce a valorizzare davvero. Un polo di ricerca sulle tecnologie energetiche presso il nostro sistema universitario sarebbe perfetto, in partnership con le migliori aziende del territorio. Lovanio, in Belgio, città universitaria di dimensioni simili a Vicenza, ha creato un distretto dell’energia pulita che ha generato 800 posti di lavoro qualificati.

E ancora, un piano di forestazione urbana serio, non i soliti dieci alberelli piantati per fare scena. Vienna ha creato corridoi verdi che hanno abbassato la temperatura media estiva di 2°C nei quartieri coinvolti.

Un piano industriale che accompagni le nostre PMI nella transizione energetica come ha fatto Göteborg, con incentivi locali, consulenza tecnica e accesso facilitato ai fondi europei. E il momento è adesso visto che Confindustria sta andando al cambio di governance e potrebbe decidere di fare un patto con la politica per mettere a terra un po’ del sano pragmatismo di cui parla Tony Blair in questi giorni in tutta la stampa occidentale.

È questo che manca a Vicenza: non la consapevolezza che il clima stia cambiando, ma una classe dirigente capace di trasformare questa consapevolezza in azioni concrete, misurabili, efficaci. Una classe dirigente che smetta di ragionare come al bar sport della parrocchia e inizi a studiare seriamente i modelli che funzionano, adattandoli al nostro territorio.

Blair ha ragione quando dice che il pragmatismo deve prevalere sull’ideologia. Ma il pragmatismo non significa immobilismo o piccoli interventi cosmetici: significa scegliere le soluzioni che funzionano davvero, anche quando sono scomode. Significa smettere di litigare sull’ordinanza anti-schiamazzi e iniziare a confrontarsi su come ridurre del 50% le emissioni di CO₂ entro il 2030.

Su questo, maggioranza e opposizione potrebbero finalmente trovare un terreno di confronto all’altezza delle sfide che ci attendono. O vogliamo continuare a discutere su presenze e assenze in piazza il 25 aprile, mentre le nostre imprese perdono competitività e i nostri figli respirano l’aria più inquinata del Veneto?

Come diceva il Maestro Renzo Arbore, meditate gente. Meditate.

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