“La salute (non) è un affare: il rebus della sanità privata tra crescita e insostenibilità”

di Arrigo Abalti · Luglio 9, 2025

Nel Nordest la sanità privata vola nei ricavi ma zoppica nei margini. L’Italia spende poco, gli italiani si curano sempre meno e la sussidiarietà resta un principio dimenticato. Un’analisi a fondo campo su cosa serve davvero per non far saltare il sistema

 

Nella lunga parabola dell’evoluzione sanitaria italiana, il rapporto fra pubblico e privato ha sempre oscillato tra diffidenza e collaborazione. Oggi, alle soglie di una transizione demografica irreversibile, il sistema – e soprattutto le sue periferie industriali più avanzate, come il Nordest – si trova di fronte a un bivio che impone una scelta matura: superare definitivamente la visione conflittuale tra pubblico e privato e intraprendere un percorso autentico di sussidiarietà.

A confermarlo non è solo l’esperienza empirica dei territori, ma anche l’ultima indagine dell’Area Studi Mediobanca: 34 gruppi privati italiani della sanità, con fatturato superiore ai 100 milioni, mostrano un sistema in crescita di fatturato (+5,7% nel 2023, +15,5% rispetto al 2019), ma ancora sotto pressione sul piano della redditività (margine operativo al 3,7%, profitti complessivi sotto i 40 milioni). Il comparto sanitario non è immune alle regole macroeconomiche: è cresciuto, si è specializzato, ma non si è ancora del tutto emancipato dalle fragilità del post-Covid, con costi del personale, inflazione e sotto-organico strutturale che ne limitano il potenziale.

Il paradosso Nordest: cresce, innova, ma margina poco

L’analisi si fa ancora più interessante quando si stringe l’obiettivo sul Nordest. Il territorio, notoriamente laboratorio di innovazione industriale e sociale, vede una crescita dei ricavi dei player sanitari del +23,1% rispetto al 2019, nettamente superiore alla media nazionale. È qui che operano colossi come il Gruppo Villa Maria (897 milioni), leader tra i soggetti con sede legale in Veneto, o centri ad alta specializzazione come Cemedica a Villorba, il Centro Medico di Monastier, la Domus Salutis di Verona, solo per citarne alcuni.

Eppure, il paradosso è servito: territori dove il privato cresce, investe, assume (92 mila lavoratori nei 34 gruppi analizzati) sono anche quelli dove la sostenibilità economica resta a rischio. La pressione sui margini, la carenza di personale, il gap salariale con il resto d’Europa (un medico guadagna il 40% in meno di un collega tedesco; un infermiere, meno della metà di uno belga) pongono domande non più eludibili. Ma soprattutto le tariffe riconosciute dal sistema pubblico che sono ferme a prima del Covid.

Un sistema (troppo) sostenuto dal disagio del pubblico

Il dato più inquietante riguarda i pazienti: l’80% degli italiani ha rinunciato almeno una volta a una prestazione del SSN. Di questi, l’84% è migrato verso il privato, ma il 13% ha semplicemente smesso di curarsi. Tra le persone in difficoltà economica, la quota sale al 19%. Numeri che fanno vacillare il patto sociale su cui si regge il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Il problema, però, è anche etico: può un sistema privato crescere su ciò che il pubblico abbandona? Può un settore vitale come la sanità fondarsi sul “fallimento programmato” del pubblico per legittimare la propria espansione? E può un sistema privato non avere un rapporto chiaro e programmato con il sistema publico?

Verso una sussidiarietà vera: pubblico e privato insieme, non contro

La risposta può venire solo da un ritorno alla vera sussidiarietà. Non quella evocata per convenienza, ma quella definita dalla Costituzione: il pubblico deve garantire l’accesso universale, il privato può e deve integrarne le carenze, in modo complementare. Questo vale per le RSA, per la diagnostica, per le chirurgie a bassa intensità e per tutta quell’area “intermedia” della sanità dove l’efficienza del privato può rappresentare un’opportunità – non una minaccia.

Nel Veneto, dove il sistema sanitario è storicamente più aperto alla collaborazione, si potrebbe fare un salto di qualità: integrare reti informative, condividere piattaforme di prenotazione, stabilire livelli tariffari eque, favorire l’accreditamento in base al bisogno sanitario e non alla rendita di posizione. E soprattutto, costruire percorsi condivisi di formazione e reclutamento del personale sanitario, oggi troppo conteso tra pubblico e privato, e sempre più attratto dall’estero.

Il tempo della maturità

La sanità privata italiana è cresciuta. La sanità pubblica anche, pur con alcune aree sensibili di criticità. Ma ora entrambe devono dimostrare di essere anche mature. Mature per proporre un nuovo modello di convivenza tra pubblico e privato. Mature per investire in innovazione, in personale, in prossimità. E mature per contribuire alla tenuta di un sistema-Paese che, tra inflazione, invecchiamento e vincoli di finanza pubblica, rischia altrimenti di franare.

Se il Nordest vuole continuare ad essere un modello, lo faccia anche su questo: trasformando la sussidiarietà in governance condivisa. E dimostrando che si può crescere insieme, senza alimentare contrapposizioni sterili. Perché la salute, alla fine, non ha colore né bandiera. Ma ha bisogno, oggi più che mai, di alleanze solide e visioni lunghe.

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]