di Arrigo Abalti · Luglio 14, 2025
Un finto monumento a Roberto Baggio, creato con l’intelligenza artificiale, ha ingannato (quasi) tutti. Ma il problema non è l’AI. È che abbiamo smesso di distinguere la realtà dalla voglia che abbiamo che qualcosa sia vero
C’è chi a un monumento ci pensa, chi lo propone, chi lo scolpisce, e poi c’è chi… lo inventa. Letteralmente.
In un parco della provincia di Vicenza – o meglio: nella fantasia collettiva alimentata da Facebook e dall’algoritmo della nostalgia – è spuntata la foto di una statua bronzea di Roberto Baggio, in piedi con le braccia al cielo, l’espressione mistica di chi guarda oltre la traversa e dentro l’anima. Un piccolo miracolo di eleganza, sintesi e riconoscenza popolare. Peccato solo un dettaglio: non esiste.
Non c’è nessuna statua, né in bronzo né in cemento. Quella figura così commovente, così perfetta da sembrare scolpita nel cuore di ogni tifoso italiano, è un fake. Anzi, più precisamente, un contenuto generato con l’intelligenza artificiale da un assessore di Arzignano, Enrico Marcigaglia, che – per sua stessa ammissione – voleva solo fare un esperimento. Un test di percezione. Un’innocua provocazione. Come dire: vediamo chi ci casca.
Ci sono cascati in tanti. Migliaia di cuori e condivisioni, commenti tipo: “Finalmente qualcuno che gli rende giustizia”, “Era ora!”, “Dove si trova esattamente?”. A un certo punto è comparsa anche la firma dello scultore e la data di inaugurazione. Il tutto inventato. Ma così bello da sembrare vero. E forse è questo il punto.
Perché in un tempo in cui i fatti faticano a stare al passo con i desideri, la verità ha smesso di essere un dato oggettivo per diventare un’opinione condivisa. Se una cosa ci piace, ci commuove, ci sembra giusta, allora dev’essere vera. E se non lo è, poco male: ce la facciamo bastare lo stesso.
Baggio, poi, è il testimonial perfetto di questo slittamento: è l’ultimo calciatore spirituale, l’unico che può permettersi di non dire nulla ed essere comunque ascoltato. È il santo laico di chi crede ancora nel talento che si sacrifica, nella bellezza che perde ma resta bella. Se c’è uno che merita una statua, è lui. E allora, in mancanza di quella vera, ci accontentiamo di quella finta. Anzi: ci emozioniamo di più.
Ma se siamo disposti a commuoverci per una statua che non c’è, cosa succederà quando a non esserci sarà una notizia, una voce, una persona? Quando l’AI ci mostrerà un candidato che dice quello che vogliamo sentire, un evento che non è mai accaduto, una realtà su misura per ciascuno di noi?
Il vero problema non è l’intelligenza artificiale. È l’ingenuità naturale con cui stiamo perdendo il senso del vero. È la pigrizia affettiva con cui smettiamo di farci domande. È il desiderio di crederci comunque, perché ogni bugia, se ben raccontata, è solo una verità che non ha ancora avuto il coraggio di nascere.
Noi continuiamo a sperare che un giorno quella statua la faranno davvero. In bronzo, in marmo o anche solo in legno di nostalgia. E magari la metteranno all’ombra, perché a Baggio la luce violenta dei riflettori non è mai piaciuta.
Nel frattempo, quella che abbiamo – quella che non c’è – ci insegna qualcosa di prezioso: che prima ancora di chiederci “è bello?”, dovremmo tornare a chiederci “è vero?”.
E che non tutto quello che ci fa battere il cuore, ha davvero un cuore che batte.



