di Arrigo Abalti · Luglio 14, 2025
Il balletto di metà luglio ora è sulla data delle Elezioni. Finirà come il terzo mandato?
L’Italia riesce a rendere complicato anche ciò che dovrebbe essere semplice. Prendiamo le elezioni regionali. Sei Regioni al voto in autunno — Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia, Valle d’Aosta — e ancora oggi non esiste una data condivisa. L’ipotesi di un election day, evocata nei salotti romani con il tono austero delle cose che sanno di efficienza, può finire come finiscono molte cose in questo Paese: in un cassetto chiuso a chiave, perché nessuno vuole cedere.
Ogni governatore gioca la sua partita. Eugenio Giani, in Toscana, ha tagliato corto: si vota il 12 e 13 ottobre. Ha deciso lui. Punto. Nessuna concertazione, nessuna attesa. Perché quando si è in campagna elettorale perenne, l’unico timing che conta è quello che conviene. Nelle Marche, Francesco Acquaroli ha già pronto il suo calendario. In Veneto si aspetta, come si aspetta sempre quando c’è Zaia di mezzo: tutti fingono che si debba ancora decidere, ma intanto la macchina è in moto. In Campania, Vincenzo De Luca tiene il mazzo e lo guarda come un vecchio giocatore di poker: non mostra, non rilancia, non passa. Aspetta.
E così l’idea dell’election day scivola via, inghiottita dal provincialismo dei poteri regionali e dal nanismo strategico della politica nazionale. Perché qui non si tratta solo di votare in date diverse: qui si certifica che l’Italia è una somma di egoismi amministrativi e calcoli elettorali, senza nessuna visione di insieme.
Il centrodestra, che governa buona parte delle Regioni interessate, è ostaggio delle sue stesse dinamiche: Fratelli d’Italia che spinge per capitalizzare il consenso nazionale, la Lega che cerca di blindare i propri governatori, Forza Italia che sopravvive trattando per qualche candidatura. È la politica del bilancino, quella che non costruisce, ma somma interessi.
Nel centrosinistra la situazione è se possibile peggiore. In Puglia le primarie sono saltate prima ancora di iniziare, in Campania si litiga senza dirlo, in Toscana si tiene Giani perché non c’è alternativa. Conte gioca la partita parallela del “né con, né contro” il Pd, mentre il Pd continua a rincorrere l’alleanza con chi non vuole allearsi. È la parabola ormai nota di un campo largo che si è ristretto prima ancora di nascere.
In tutto questo, l’elettore assiste da spettatore a un gioco che ha perso ogni logica. Le Regioni votano in ordine sparso, i partiti parlano ognuno la propria lingua, i cittadini non capiscono più chi governa cosa e per conto di chi. È la politica liquida, ma senza visione. Una politica che ha smarrito la capacità di decidere, persino sulle date.
Il fallimento – probabile – dell’election day non è un dettaglio tecnico. È un simbolo. È la plastica dimostrazione che la politica italiana è diventata incapace di guardare oltre la prossima scadenza. Non c’è coordinamento. Non c’è idea di sistema. Non c’è nemmeno il tentativo di dare al voto una cornice comune, un significato nazionale, una direzione.
Ognuno si fa la sua campagna, ognuno racconterà la sua vittoria. Nessuno farà i conti con la sconfitta collettiva: quella di un Paese che si frammenta anche quando basterebbe mettersi d’accordo su una data.
Non è questione di elezioni. È questione di politica. E in questo Paese, la politica ha smesso di essere un progetto e ha cominciato a somigliare troppo a un eterno galleggiamento.



