di Arrigo Abalti · Luglio 15, 2025
Classificati o sparisci
Se non sei dentro una classifica, non esisti. Se la fai, conti. Anche nella sanità. E a volte esisti solo perché fai una classifica. Il caso degli ospedali “top” smentiti dal Ministero è solo l’ultimo episodio di un Paese malato di podio.
Viviamo in una Repubblica fondata sulla classifica. Tutti in fila, ordinati per punteggio. Presidenti di Regione, sindaci, ospedali, Asl, primari, reparti. Chi sale gode, chi scende tace. Chi non c’è è colpevole. Colpevole di non “valere”, colpevole di non aver fatto notizia.
Il Sole 24 Ore, bibbia dell’efficienza percepita, pubblica ogni anno la sua classifica dei migliori Presidenti di Regione (quelli che piacciono alla gente), dei migliori sindaci (quelli che fanno consenso), e adesso anche dei “super ospedali” (quelli che attirano pazienti da fuori regione). Una classifica sola non basta: serve la costanza, la ritualità. Ogni anno, stesso podio, stessa liturgia.
La logica è sempre quella: se non sei in classifica, sei fuori. E a furia di rincorrere il podio, abbiamo smarrito la missione.
Il caso della “top 21” degli ospedali italiani – pubblicata qualche giorno fa e poi seccamente smentita dal Ministero della Salute – è solo l’ultima puntata della serie “La sanità spiegata dai grafici”. Il giornale prende i dati del Ministero, li mette in ordine, calcola qualche indicatore di attrattività e piazza la medaglia d’oro. Passano poche ore e il dicastero interviene: non è farina del nostro sacco. Fine dell’entusiasmo. E inizio del cortocircuito.
Perché non basta avere una rete ospedaliera che funziona, devi anche sapere comunicare bene i dati. E soprattutto devi finire in una classifica, sennò non conti. E allora vai di valutazioni di Crea Sanità, indicatori di Gimbe, scorecard della Bocconi, osservatori del Sant’Anna. Istituti seri, certo. Ma nel tempo più o meno tutti hanno capito la regola del gioco: se non fai una classifica, non esisti. E qualcuno, a ben vedere, esiste solo perché ogni anno ne fa una.
Intanto il sistema sanitario reale scivola fuori dall’inquadratura. Si parla di attrattività, non di accessibilità. Di eccellenza, non di equità. Di volumi, non di prossimità. E così un ospedale che cura bene il territorio, che riduce i tempi di attesa, che ha reparti efficienti ma “non attrattivi” – non finisce in nessun ranking. Troppo normale per meritare attenzione.
E allora ecco il paradosso: il servizio sanitario nazionale, nato per essere universale e solidale, viene raccontato con le stesse logiche della Formula 1. Ma qui non si vince tagliando il traguardo per primi. Si vince evitando che qualcuno resti indietro.
Il posizionamento ha preso il posto della missione. Si governa per salire in classifica, non per rispondere a un bisogno. Gli assessori regionali fanno le conferenze stampa brandendo tabelle, gli ospedali ingaggiano agenzie di comunicazione per valorizzare i reparti. E quando si presenta una classifica che non si è voluta, si corre subito a dire: non è roba nostra.
Il problema non è la trasparenza, che è sacrosanta. Il problema è che l’ossessione per il podio ha svuotato il senso della cura. Il cittadino non è più un paziente, ma un dato. E il sistema non è più chiamato a proteggere, ma a primeggiare.
Finché si penserà che il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di una classifica per giustificare la sua esistenza, la verità sarà una sola: è la classifica ad avere bisogno del Servizio Sanitario per sembrare utile. Non il contrario.



