La montagna che muore

di Arrigo Abalti · Luglio 26, 2025

Quando gli incentivi non bastano a fermare l’emorragia demografica

 

Succede che, guardando queste valli un tempo pulsanti di vita, ti accorgi che qualcosa si è spezzato – forse – per sempre. L’ultimo treno della speranza è partito anni fa, portandosi via i giovani, le ambizioni, il futuro stesso di borghi che oggi sembrano presepi abbandonati al loro destino di polvere e silenzio.

Il governo ci prova, sia chiaro. Tasse scontate, incentivi al digitale, fondi per il rilancio. Belle parole, buone intenzioni. Un po’ di risorse per rendere praticabili delle soluzioni. Ma quando passi per Sappada o per i paesini delle alte valli vicentine, quando vedi le serrande abbassate e le case con gli occhi vuoti delle finestre murate, capisci che forse è già troppo tardi. O forse no. Dipende da quanto siamo disposti a sporcarci le mani davvero.

Perché il problema, diciamolo chiaro, non sono solo i servizi che mancano. Non è solo la banda larga che arranca, il medico di famiglia che sta a quaranta chilometri di distanza, l’autobus che passa tre volte al giorno se va bene. Il problema è che abbiamo smesso di credere nella montagna come luogo di vita possibile. L’abbiamo trasformata in cartolina per turisti della domenica, in parco giochi per chi se lo può permettere.

E così, mentre a Roma si discute di agevolazioni fiscali – sacrosante, per carità -, nelle nostre valli si consuma un dramma quotidiano fatto di scuole che chiudono, di ambulatori deserti, di giovani che partono e non tornano più. Come Michela, ventisette anni, laurea in architettura, che da Cortina è dovuta scappare a Milano perché “qui non c’è futuro per chi ha studiato”. Come Marco, che il suo agriturismo in Alto Astico lo ha dovuto vendere perché “i clienti vogliono il wifi ovunque e la consegna Amazon in giornata, non i valori di una volta”.

Il paradosso è tutto qui: abbiamo fatto della montagna un mito – aria pura, ritmi lenti, autenticità – ma poi pretendiamo che funzioni come la pianura. Vogliamo i servizi della città ma anche la pace del borgo. E quando ci accorgiamo che non si può avere tutto, che scegliere la montagna significa accettare certi compromessi, allora molliamo tutto e scendiamo a valle.

Certo, qualcosa si muove. I nomadi digitali che scoprono che da un maso in Alto Adige si può lavorare per una multinazionale di Tokyo. Le startup innovative che scelgono la Val d’Aosta per sperimentare nuovi modelli di business. Ma sono gocce in un oceano di abbandono. Perché per ogni giovane che decide di restare o di tornare, ce ne sono dieci che fanno i bagagli definitivamente. Anche nel Bellunese con il supporto dell’Università c’è qualche eccellenza.

E allora, che fare? Basta con la retorica del “piccolo è bello” se poi non si creano le condizioni perché questo piccolo possa davvero funzionare. Basta con gli incentivi a pioggia se non c’è una strategia di lungo periodo. Servono investimenti mirati: connessioni veloci ovunque, servizi sanitari di prossimità, scuole che non chiudano al primo calo demografico. Serve coraggio politico per dire che salvare la montagna significa investire anche dove i voti sono pochi e le lobby inesistenti.

Ma serve soprattutto una cosa: smettere di considerare chi sceglie la montagna un eroe romantico o un nostalgico fuori tempo. Chi resta o chi torna lo fa per ragioni concrete: qualità della vita, costi minori, opportunità che altrove non ci sono più. E ha diritto agli stessi servizi e alle stesse possibilità di chi vive in città.

La montagna può ancora salvarsi. Ma deve farlo in fretta, prima che l’ultimo paese diventi davvero un museo a cielo aperto. E deve farlo con realismo, non con la retorica. Perché tra dieci anni, se non facciamo qualcosa di serio adesso, di questi borghi resteranno solo le foto sui social dei turisti di passaggio. E la scritta “vendesi” sulle case vuote sarà l’epitaffio di una civiltà che abbiamo lasciato morire per distrazione.

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