di Arrigo Abalti · Luglio 26, 2025
Quando la provocazione si trasforma in Pubblicità Progresso
Il momento magico nella vita di ogni consigliere comunale di opposizione avviene quando pensa: “Stavolta gliele suono davvero”. È quel momento in cui la genialata comunicativa sembra così perfetta, così devastante, che già si pregusta i titoli sui giornali e i like sui social.
Il consigliere Valerio Sorrentino di Fratelli d’Italia a Vicenza ha vissuto questo momento. Peccato che sia durato lo spazio di un gesto: il tempo di porgere un caschetto da lavoro al sindaco Possamai.
Perché se c’è una cosa che dovrebbero insegnare nelle scuole di partito (sempre che esistano ancora), è che nella politica dell’era social l’ironia può essere un boomerang micidiale. E Sorrentino lo ha scoperto sulla propria pelle, in diretta consiliare.
L’idea, bisogna ammetterlo, aveva una sua logica vendicativa: consegnare un elmetto al primo cittadino per dire “eccoti, ma ricordati che questi cantieri li devi al lavoro di Rucco sul PNRR”. Il messaggio subliminale era chiaro: tu ti prendi i meriti, ma noi ti ricordiamo chi ha fatto davvero il lavoro vero. Una di quelle provocazioni da “io c’ero prima” che profumano di rosicamento a chilometri di distanza. Peccato che il sindaco Possamai abbia dimostrato di avere più riflessi di un pugile e più ironia di un comico della Gialappa’s.
“La ringrazio consigliere”, ha risposto con un sorriso che doveva essere visibile anche dai posti più lontani dell’aula. “Perché implicitamente sta riconoscendo che questa amministrazione lavora”. Game over. Partita finita. Il caschetto si è trasformato da simbolo di accusa in attestato di merito. Da provocazione in pubblicità progresso. Con appendice video del giovane Possamai su Instagram. Due a zero.
È il capolavoro involontario dell’opposizione contemporanea: quella che vive di rivendicazioni post-factum, di “i meriti sono nostri ma la gloria è vostra”, di gestacci scenografici intrisi di nostalgia per i tempi andati. Ma ha dimenticato che dall’altra parte potrebbe esserci qualcuno che sa trasformare anche il rosicamento più raffinato in un assist perfetto.
Perché il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) è che Sorrentino aveva ragione nell’intuizione di fondo: i gesti valgono più delle parole, le rivendicazioni storiche contano. Ma ha sottovalutato un dettaglio: quando il tuo gesto sa troppo di “ai nostri tempi con Rucco si che si lavorava”, rischi di sembrare quello che non si è ancora rassegnato al cambio di amministrazione. E invece si è ritrovato vittima della sua stessa strategia del rimpianto.
È la sindrome della destra rosicona, quella che vive di “però ricordatevi che”, di “i cantieri li abbiamo progettati noi”, di “ai nostri tempi”, quella che non riesce a digerire che qualcun altro si prenda gli applausi per il lavoro iniziato dalla precedente amministrazione.
Peccato che la comunicazione politica, come il calcio, non si giochi mai da soli. E quando incontri un avversario che sa stare in campo, può succedere di tutto. Anche che il tuo “eh ma il PNRR lo ha portato Rucco” si trasformi in un autogol da antologia.
Il sindaco Possamai, esponente di quella scuola dem che ha imparato a memoria le lezioni di Renzi e del primo Obama, ha dimostrato che l’ironia resta l’arma più affilata della politica. Quella che ti permette di trasformare un attacco in una vittoria, una provocazione in un boomerang, un caschetto in una corona.
E Sorrentino? Sorrentino si è ritrovato nel ruolo più scomodo che possa capitare a un politico: quello dell’uomo che voleva rivendicare i meriti del passato e invece ha fatto da spalla involontaria al presente. Il paradosso è che parliamo di un veterano del consiglio comunale, uno che quell’aula la frequenta da più di vent’anni e che di mestiere dovrebbe averne abbastanza per evitare queste ingenuità. Ma forse è proprio questo il punto: i codici della politica sono cambiati, l’ironia ha sostituito la retorica, la rapidità di riflessi vale più della solennità istituzionale. E quando ti ritrovi a giocare con regole diverse da quelle che hai imparato vent’anni fa, può succedere di finire fuori tempo massimo. Forse anche i politici di lungo corso dovrebbero fare un upgrade delle proprie competenze comunicative.
Fortuna che la destra non è solo quella dei caschetti. Fortuna che esistono anche conservatori seri, che sanno fare politica senza cadere nella trappola del gesto eclatante. Perché episodi come questo rischiano di trasformare l’opposizione in un reality show, dove conta più l’effetto scenico che la sostanza delle proposte.
Ma forse è proprio questo il punto: in un’epoca in cui tutto è spettacolo, anche la politica finisce per somigliare a una commedia dell’arte. Con la differenza che qui, quando sbagli la battuta, te ne accorgi solo quando è troppo tardi. E il pubblico, invece di applaudire, scoppia a ridere.
Il caschetto di Sorrentino entrerà probabilmente nella storia minore della politica vicentina. Come simbolo di un’epoca in cui si confonde la provocazione con la proposta, il gesto con la sostanza, l’effetto con l’efficacia. Un’epoca in cui, per fortuna, c’è ancora qualcuno che sa ridere al momento giusto.



