di Redazione · Luglio 28, 2025
Niet azzurro alla Lista Zaia
A Palazzo Grazioli, dove un tempo si dettavano le regole della Seconda Repubblica, ora si dettano moniti con voce educata. Antonio Tajani, che ha studiato da gentiluomo più che da tribuno, non alza mai la voce. Ma ogni tanto tira fuori la matita blu. Lo ha fatto anche stavolta, con un tratto lieve ma deciso: «Una lista Zaia? I partiti devono fare le loro liste». Sottotitolo: caro Luca, scendi dal trattore e torna al partito. Che il centrodestra non è un’osteria con ognuno che ordina alla carta.
Nel Veneto che ribolle di leghismo d’annata, la sola idea di una “Lista Zaia” fa tremare più poltrone di un terremoto con epicentro a San Vendemiano. Tajani lo sa. E da buon ex portavoce della Nato – sì, lo è stato davvero – spara una dichiarazione chirurgica, con lo stile di chi preferisce disinnescare piuttosto che esplodere. «Se ognuno fa la sua lista si crea confusione». Tradotto: abbiamo già Giorgia, Matteo e i loro spin doctor. Non serve aggiungere anche il Zaia’s Party.
La mossa non è solo tattica, è plastica. È Tajani che si allunga sul tavolo del centrodestra e mette ordine tra i piatti: questo è di Giorgia, questo di Salvini, questo mio. E questo – quello civico, col logo verde e la faccia da santino – lo togliamo. Non per cattiveria, ma per decoro. Anche perché, se ogni presidente uscente decidesse di correre da sé, col proprio fan club e le magliette personalizzate, si trasformerebbe la coalizione in un mercatino dell’usato.
E allora “ne parleremo”, ha aggiunto Tajani. Ma era un “ne parleremo” di quelli che si dicono ai parenti durante i pranzi di Natale: parole che sanno già di no, dette con la gentilezza di chi non vuole rovinare il panettone.
Nel frattempo, mentre in Veneto si discute di liste parallele, il leader di Forza Italia parla delle Marche. Lì c’è Acquaroli, che non fa capricci. Che non chiede una lista col nome proprio in maiuscolo. Che non si fa fotografare con le mani congiunte come i santi. Lì, dice Tajani, “siamo tutti impegnati”. Un modo garbato per dire: prendete esempio.
E così, tra un sorriso e una tirata d’orecchie, Tajani si prende la scena. Come un padre buono ma stanco. Come uno che la politica la fa ancora con i taccuini e non con i sondaggi. Uno che – mentre gli altri si scaldano per le percentuali – si preoccupa della grammatica. Della forma. Della coalizione, che non è un’arena di gladiatori, ma un condominio. Dove, per funzionare, ognuno deve pagare le spese. E lasciare il nome fuori dal citofono.




