Aule vuote, case di riposo piene. Ma nessuno guarda l’inevitabile in arrivo

di Arrigo Abalti · Agosto 13, 2025

L’inverno – demografico – è già arrivato

 

Trent’anni fa l’Italia registrava ancora 569mila nascite annue. Oggi, 2025, siamo precipitati a 379mila. Un crollo del 33% che racconta, meglio di qualsiasi analisi sociologica, la storia di un Paese che ha perso la strada del futuro.

C’è un’immagine che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore il destino di questa Nazione – o anche di questa regione, visto che siamo in campagna elettorale – : le aule scolastiche sempre più vuote e le case di riposo sempre più piene. È il ritratto impietoso dell’Italia che invecchia, del Veneto che si svuota di giovani e di bambini, di una società che ha smesso di credere nel domani.

I numeri che degli ultimi tre decenni parlano un linguaggio implacabile. Il tasso di fecondità totale è crollato da 1,33 figli per donna del 1995 a 1,20 del 2024 – ben lontano da quel 2,1 necessario per il ricambio generazionale. In Veneto, regione che fino agli anni Novanta mostrava una vitalità demografica superiore alla media nazionale con un TFT di 1,45, oggi registriamo appena 1,15 figli per donna. È il dato più basso mai registrato nella storia regionale.

La piramide dell’età si è letteralmente capovolta sotto i nostri occhi. Nel 1995, gli over 65 rappresentavano il 16,7% della popolazione italiana. Oggi siamo al 24,1%. In Veneto abbiamo superato il 25%, con province come Belluno che toccano il 28,3% – un record europeo che dovrebbe far riflettere.

Non è solo una questione di statistiche, ma di sostenibilità sistemica. Ogni classe elementare con sempre meno banchi occupati – le iscrizioni alle primarie sono diminuite del 18% negli ultimi dieci anni in Veneto – rappresenta una perdita di capitale umano stimabile in circa 2,3 milioni di euro per ogni coorte mancante, considerando il valore attuale netto della produzione futura. Lo spiega bene l’indagine INAIL-MEF di cui si parla in tutta la stampa nazionale oggi.

Il paradosso è matematicamente drammatico quanto economicamente insostenibile. Mentre i comuni chiudono 127 plessi scolastici all’anno in Italia per mancanza di iscritti, assistiamo all’apertura di 89 nuove strutture per anziani ogni dodici mesi. Il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e popolazione dipendente over 65 è passato da 3,4 a 1 nel 2000 a 2,8 a 1 nel 2024. Le proiezioni  del Ministero dell’Economia indicano che raggiungeremo un drammatico 2,1 a 1 entro il 2040.

La responsabilità più grave ricade su quella classe dirigente che ho vediamo navigare a vista tra emergenze senza mai affrontare la madre di tutte le crisi: quella demografica. Dal 1995 ci sono state commissioni ministeriali sul tema,  rapporti per Palazzo Chigi,  audizioni parlamentari. Risultato? Zero politiche strutturali degne di questo nome.

E mentre i dati che da decenni gridano l’urgenza di una svolta, il dibattito pubblico si perde nel teatrino delle personalità. Si discute del futuro di Zaia, delle ambizioni di Salvini, delle strategie di Meloni, delle bizzarrie di De Luca o della Schlein, ma nessuno si domanda più per cosa questi leader dovrebbero essere votati, che cosa hanno realizzato concretamente per invertire il declino demografico. È la deriva del culto della personalità che ha sostituito la politica delle idee e dei risultati.

Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a questa trasformazione: dalla politica dell’accountability – quella rendicontazione dei risultati che nei Paesi anglosassoni è il sale della democrazia – siamo scivolati verso una narrazione autoreferenziale dove conta solo il personaggio, mai il programma. Conta l’immagine, mai l’impatto. Conta il consenso immediato, mai la visione di lungo periodo.

Dove sono finiti i 47 miliardi destinati alle politiche familiari negli ultimi dieci anni? Dispersi in bonus episodici invece di essere investiti in servizi strutturali. La Francia, con il suo système familial, destina il 3,7% del PIL alle politiche demografiche contro il nostro misero 1,8%. Il risultato? I francesi mantengono un TFT di 1,79 contro il nostro 1,20.

Ma provate a chiedere conto di questi risultati fallimentari a chi ci governa ai vari livelli. Provate a domandare a un qualsiasi leader politico, dal sindaco in su: “Lei cosa ha fatto concretamente per invertire il crollo delle nascite nel suo mandato?”. La risposta sarà un groviglio di slogan, una fuga verso temi più “vendibili” elettoralmente, e soprattutto un rimbalzo di responsabilità – è sempre colpa di qualcun altro. Perché nella logica del culto della personalità, ciò che conta è apparire, non essere. Ciò che importa è il racconto, non la realtà dei numeri.

È questo il vero tradimento della democrazia: aver trasformato la politica da arte del governo a spettacolo dell’intrattenimento da Bagaglino. Mentre i talk show dibattono su chi sarà il prossimo candidato governatore, con la complicità di una stampa pettegola e compiacente, di alleanze e controalleanze, di strategie comunicative, nessuno chiede più: “Ma questo candidato cosa ha prodotto di concreto per il futuro della sua regione o del suo comune?”. È il trionfo dell’effimero sull’essenziale, del personaggio sul programma.

Il Veneto, che negli anni Novanta emergeva come modello virtuoso di crescita demografica endogena, oggi presenta un indice di vecchiaia (rapporto over 65/under 14) di 196,4 – significa quasi due anziani per ogni bambino. Treviso ha raggiunto quota 201, Vicenza 189. Sono numeri che certificano una transizione demografica ormai irreversibile senza interventi strutturali immediati.

Le proiezioni per la Regione Veneto sono inequivocabili: senza un’inversione di tendenza, nel 2050 avremo 370mila residenti in meno e un’età media di 52,3 anni. Le conseguenze economiche sono calcolabili: una perdita del 23% del PIL regionale per effetto demografico puro.

Non basta più invocare misure tampone. Serve una strategia demografica decennale che destini almeno il 3% del PIL nazionale alle politiche per la natalità, seguendo il modello nordico di Stoccolma e Oslo. Serve un piano casa giovani che permetta l’acquisto della prima abitazione a tasso zero sotto i 35 anni. Serve una rete di asili nido che copra almeno il 50% della domanda contro l’attuale 27,3%.

Le aule vuote di oggi sono i laboratori deserti di domani, sono le imprese senza successori, sono i contribuenti mancanti per pagare le nostre pensioni. È un’equazione attuariale semplice quanto drammatica: con un rapporto contributivo che nel 2040 scenderà a 1,3 lavoratori per ogni pensionato, il sistema previdenziale italiano collasserà matematicamente.

L’inverno demografico che attraversiamo non è una metafora giornalistica.  È una realtà scientifica misurabile: temperatura di fecondità sotto zero, gelo riproduttivo generalizzato, estinzione programmata. Dopo tre decenni di regressione possiamo dirlo con certezza assoluta: senza un’immediata primavera delle nascite, questo Paese non avrà futuro.

Eppure, mentre scriviamo queste righe, sappiamo già che domani i giornali importanti dedicheranno pagine intere ai giochi di palazzo, alle candidature, agli equilibri interni ai partiti. O ai luoghi di vacanza scelti da questa sedicente classe dirigente. E zero righe alla domanda fondamentale: “Chi di questi aspiranti leader ha un piano concreto, misurabile, verificabile per invertire il declino demografico?”. Perché nella politica dell’apparenza, le domande scomode non si fanno. Nella democrazia dello spettacolo, i bilanci non si tirano.

Ed è ora che qualcuno accenda il fuoco della speranza demografica, prima che i calcoli del MEF si trasformino in epitaffio nazionale. Ma soprattutto, è ora che qualcuno torni a fare politica vera: quella che risponde dei risultati, non delle intenzioni. Quella che costruisce futuro, non consenso effimero. Altrimenti sembreremo i due scienziati di Don’t look up, un meteorite sta piombando sulla Terra e la distruggerà, ma tutti fanno finta di niente. Il finale è noto.

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