di Arrigo Abalti · Luglio 29, 2025
Un servizio sanitario che piacerebbe a Superciuk
Succede che arrivi il momento nella vita di ogni famiglia veneta in cui la retorica sui “valori” e sulla “sanità modello” si scontri brutalmente con la realtà dei conti. È quel momento in cui tuo padre, tua madre, tuo marito o tua moglie – quella persona che ti ha cresciuto, amato, sostenuto tra le colline del Prosecco e le fabbriche del Nord-Est – improvvisamente non ti riconosce più. L’Alzheimer è arrivato, silenzioso e implacabile, e con lui una bolletta mensile che può superare i 2.000 euro. Per una RSA. Che dovrebbe essere gratis. Ma di questo, nella campagna elettorale veneta già iniziata sottotraccia, non se ne parla. Sembra che sia solo una partita per chi fa il Presidente o su come si dovranno comporre le liste. E molta stampa – purtroppo – che preferisca il pettegolezzo ai problemi veri delle persone.
La sentenza della Corte d’Appello di Milano (n. 1644/2025) non è solo l’ennesima pronuncia giudiziaria. È la certificazione di un fallimento sistemico che dura da decenni e che tocca anche il Veneto, regione che si vanta di essere all’avanguardia nella sanità ma che sui costi delle RSA scarica sulle famiglie come tutti gli altri. Un fallimento che ha un nome preciso: scaricabarile istituziale. Mentre Luca Zaia conta i suoi mandati e la politica veneta si accapigliano su chi sarà il prossimo governatore, un milione di italiani affetti da malattie neurodegenerative – 600.000 solo di Alzheimer – vengono abbandonati al mercato privato della sofferenza. Anche in Veneto, terra di “eccellenze sanitarie” e bilanci in ordine.
Facciamo i conti, perché i numeri non mentono. Tre milioni di familiari e caregiver trascinano il peso di un’assistenza che lo Stato ha deciso di non fornire. Non per mancanza di risorse – quelle si trovano sempre per le grandi opere e i festival – ma per una scelta politica precisa: far pagare alle famiglie quello che spetta al Servizio Sanitario Nazionale. È un meccanismo perfetto nella sua perversione. Il sistema sanitario pubblico, che in Veneto dovrebbe essere il fiore all’occhiello del Centrodestra, si trasforma in un bancomat per le RSA private. Le famiglie, disperate e senza alternative, pagano. Pagano 24.000 euro l’anno, spesso di più. Pagano vendendo la casa di famiglia, svuotando i risparmi di una vita di lavoro nelle piccole e medie imprese, indebitandosi con parenti sparsi tra Veneto ed emigrazione.
Ma di questo, nelle riunioni dei partiti che già pensano al post-Zaia, non si parla. Si parla di candidature, di alleanze, di strategie elettorali. Si parla del terzo mandato negato al Doge, delle rivendicazioni o dei veti sulla Lista Zaia, delle manovre di palazzo tra Palazzo Balbi e Roma. Si parla di tutto tranne che dei veneti che ogni mese devono scegliere se mandare il nonno in RSA o tenere i soldi per l’università del nipote. Questa è la campagna elettorale veneta: una gara a chi ha più curriculum politico e meno proposte concrete.
E quando qualcuno ha il coraggio di ribellarsi, di andare in tribunale, di rivendicare quello che è un diritto costituzionale – la tutela della salute – ecco che arrivano le sentenze. Sempre favorevoli alle famiglie. Sempre a ribadire quello che dovrebbe essere ovvio: le prestazioni sociosanitarie a elevata integrazione sanitaria devono essere interamente a carico dello Stato. La Corte di Cassazione (Ord. 26943/2024), il Consiglio di Stato (3074/2025), e ora la Corte d’Appello di Milano. Una giurisprudenza granitica che dice una cosa semplice: quando l’assistenza in RSA è legata a un progetto terapeutico validato, paga lo Stato. Non la famiglia. Lo Stato. Anche nel Veneto, che pure si vanta di essere più efficiente degli altri.
Eppure, nonostante questa chiarezza giuridica, continuiamo ad assistere al paradosso per eccellenza: una regione che si proclama virtuosa ma che sui diritti fondamentali funziona come tutte le altre. Per ottenere quello che spetta per legge, devi fare causa alla Regione. Come se fosse normale che un cittadino veneto debba trascinare in tribunale la propria amministrazione regionale per vedere rispettati i principi costituzionali. E mentre le famiglie si rovinano per pagare le RSA, la politica veneta discute di tutto tranne che di questo.
In questo panorama desolante, l’iniziativa “Soluzione RSA” di Consulcesi & Partners rappresenta qualcosa di più di un servizio legale. È un atto di resistenza civile anche per i veneti. Bruno Borin, responsabile legale del network, ha il merito della chiarezza: “Le famiglie non dovrebbero fare causa per un diritto già riconosciuto”. Esatto. Non dovrebbero. Ma siccome anche in Veneto lo Stato continua a fare il furbo, qualcuno deve pur mettergli le mani in tasca e fargli tirare fuori quello che deve. Anche per chi ha già pagato, anche per chi non c’è più. Perché la giustizia non ha scadenza, nemmeno in una regione che si crede speciale.
La verità è che anche il Veneto ha fatto una scelta precisa sui propri anziani non autosufficienti: abbandonarli. Li abbandona alle famiglie, le famiglie li abbandonano alle RSA private, e le RSA private li abbandonano al profitto. È un gioco delle sedie musicali dove l’unico a rimanere sempre in piedi è la Regione, che incassa le tasse di tutti per poi negare i servizi a chi ne ha più bisogno. Ma di questo, nei comitati elettorali che già si stanno formando, non se ne parla. Si parla di autonomia differenziata, di grandi opere, di sviluppo economico. Tutto sacrosanto, per carità. Ma intanto i veneti malati di Alzheimer pagano di tasca propria quello che dovrebbe essere gratis.
Serve una norma chiara e definitiva, dice giustamente Borin. Ma serve soprattutto una classe politica veneta che abbia il coraggio di parlare di cose serie invece che di poltrone e mandati. Questo non è un problema di risorse, nemmeno in Veneto che i soldi li ha. È un problema di priorità. È un problema di civiltà. E soprattutto è un problema di cui dovrebbero parlare i candidati governatori, invece di limitarsi alle solite promesse su infrastrutture e sviluppo.
Perché una società che abbandona i propri anziani malati non è solo una società ingiusta. È una società che ha smarrito se stessa. È una società che ha dimenticato che oggi tocca a loro, domani toccherà a noi. E questo vale anche per il Veneto, che pure si crede diverso e migliore. L’Alzheimer non guarda la tessera elettorale, non rispetta i confini regionali, non fa sconti nemmeno ai veneti virtuosi.
L’Alzheimer non è solo una malattia. È uno specchio spietato che riflette chi siamo veramente come comunità. E quello che vediamo, guardando il Veneto in campagna elettorale, non è bello. Vediamo famiglie disperate che si impoveriscono per garantire dignità ai propri cari mentre la politica parla d’altro. Vediamo una Regione che volta la faccia dall’altra parte sui costi delle RSA. Vediamo un sistema che trasforma la sofferenza in business anche nella terra del “modello veneto”. Ma vediamo anche magistrati coraggiosi che ristabiliscono il diritto. Vediamo avvocati che si battono per la giustizia. Vediamo famiglie che non si arrendono, nemmeno quelle venete che pure potrebbero aspettarsi di più dalla loro amministrazione regionale.
Perché quando tutto il resto fallisce – la politica, la burocrazia, l’indifferenza elettorale – rimane sempre la forza di chi non accetta l’ingiustizia. Di chi si batte. Di chi pretende che i diritti costituzionali non siano solo belle parole scritte sulla Costituzione che pure i leghisti veneti dicono di rispettare, ma realtà concrete che cambiano la vita delle persone. L’Alzheimer ci porta via la memoria. Non lasciamo che la campagna elettorale veneta ci porti via anche il senso delle priorità.



