di Redazione · Luglio 28, 2025
Doveva essere cooperazione sanitaria. È diventata una storia di turni scoperti, contratti opachi e fughe silenziose. E adesso chi resta in corsia?
Sono arrivati nel 2022 come nei film degli anni ’70: in gruppo, in silenzio, in camice bianco. Erano quasi 500, venivano da Cuba, portavano con sé il mito della brigata sanitaria, e atterravano in Calabria per fare quello che in Italia nessuno voleva più fare: i medici, nei reparti dove mancavano.
Erano la soluzione. Anzi, la toppa. Ma chiamarla così non suonava bene.
Così è nata la “cooperazione sanitaria”. Una definizione gentile per dire: non riusciamo a trovare anestesisti, ortopedici, medici di pronto soccorso. Quindi li importiamo.
La politica li ha accolti con entusiasmo. C’erano le foto, le conferenze stampa, gli elogi al modello cubano. Occhiuto, presidente e commissario, li ha presentati come un pezzo di rivoluzione, solo con meno ideologia e più turni da coprire.
Poi è arrivata l’inchiesta. Poi la domanda: ma quanto prendono davvero questi medici? E chi li paga davvero?
La risposta, come sempre in sanità, è doppia. Da una parte c’è il contratto ufficiale: 4.700 euro lordi al mese, più alloggio e voli pagati. Dall’altra c’è il secondo contratto, quello con l’agenzia cubana, che prevede che il medico trattenga per sé meno del 25% di quanto pattuito.
Il resto? A L’Avana, ovviamente. Dove la sanità è gratuita, ma lo stipendio finisce prima ancora di essere versato.
Nel frattempo, in Calabria, qualcuno se n’è andato. Un ortopedico ha lasciato Vibo Valentia per una clinica privata. Un altro è volato in Spagna. Una terza è stata bloccata all’aeroporto. Altri, semplicemente, non rispondono più. Dispersi, come nelle operazioni speciali.
Solo che qui non siamo in guerra. Siamo in sanità. O almeno ci proviamo.
Occhiuto dice che sono “liberissimi”. Che si sono integrati, qualcuno si è pure sposato. Che chi parla di medici schiavi dice “cavolate”.
Eppure il report di Cubanet — che non è un bollettino della propaganda — racconta altro: decurtazioni, straordinari non pagati, tredicesime evaporate. Secondo i documenti, di 34,50 euro all’ora, il medico ne incassa 6,68. Il resto resta nel contratto.
Ma alla Calabria, oggi, non interessa più l’origine del contratto. Interessa il turno di notte.
Servono medici, e se non li trovi, li prendi dove li trovi. È l’unica legge che vale più del decreto. La sanità, quando è disperata, non è ideologica. È pragmatica.
E a essere sinceri, il progetto ha funzionato. I medici cubani ci sono ancora, almeno quelli rimasti, e lavorano nei reparti che altrimenti sarebbero vuoti. Il contratto è stato prorogato fino al 2027. Un’altra toppa. Un altro rinvio.
Intanto, nel Consiglio regionale, si interrogano su tutele, compensi, trasparenza.
Ma la verità, quella vera, sta nei corridoi degli ospedali calabresi, dove l’unico criterio è che qualcuno ci sia. Che visiti. Che firmi il referto. Che risponda quando il campanello suona.
Se viene da Cuba o da Catanzaro, importa poco.
La sanità italiana è diventata questo: un equilibrio tra disperazione e diplomazia. Tra bandiere e turni scoperti. E alla fine, una storia che doveva essere un modello, rischia di essere solo un’eccezione ben confezionata.
I medici vanno e vengono.
I problemi, invece, restano lì.




