di Arrigo Abalti · Giugno 1, 2026
Il Veneto è primo. Ma la pagella la scrivono gli assenti
Hanno acceso un cruscotto. Lo chiamano proprio così, «Cruscotto 2.0», e l’immagine è più sincera di chi l’ha scelta: un quadro di strumenti che si illumina, le lancette che salgono, la spia verde che tranquillizza il guidatore. C’è solo un dettaglio. Un cruscotto ti dice a che velocità vai, non dove stai andando. E soprattutto non ti dice chi hai lasciato sul ciglio della strada.
Mettiamoci d’accordo sui fatti, perché i fatti, in sanità, sono la sola retorica che non mente. Tra gennaio e aprile 2026 la nuova Piattaforma nazionale delle liste d’attesa ha raccolto circa dieci milioni di prenotazioni. Di queste, quasi due milioni — per la precisione 1.914.458, di cui 1.225.915 visite e 688.543 esami diagnostici — sono finite fuori dai tempi di garanzia. Eppure il trend, va detto con la stessa onestà, migliora: le prime visite erogate nei tempi salgono dal 76,1 al 78,7 per cento, gli esami dall’83 all’84,7. Sedici regioni su ventuno fanno meglio sulle visite, quindici sugli esami. Il ministro Schillaci parla di passaggio storico e di cambio di metodo. La parola «trasparenza» viene pronunciata con la solennità di chi ha attraversato Scilla e Cariddi per approdare a questo risultato. Già arrivare a questa trasparenza è stata un’Odissea, perchè guardare dentro alle tante sanità regionali non è stato facile nè gradito.
E qui, giustamente, scatta il rito che conosciamo: il bollettino trimestrale, la conferenza a Roma, le Regioni che mandano il comunicato prima ancora che finisca la diretta. Ognuno trova nel cruscotto la spia che gli serve. È fisiologico. È umano. È, soprattutto, profondamente fuorviante.
Il caso Veneto, letto bene
Veniamo al Nordest, che merita precisione e non tifoseria. Sulle prime visite il Veneto rispetta i tempi nel 92,8 per cento dei casi: terzo in Italia, dietro soltanto a Basilicata (98,8) e Marche (94,7). Sugli esami diagnostici — Tac, risonanze, ecografie — è addirittura primo del Paese, con il 97,6 per cento, davanti a Campania, Basilicata, Marche e Toscana. Promosso, titolano. E per una volta il titolo non è gonfiato: è un risultato vero, di una macchina amministrativa che da anni funziona meglio della media nazionale.
Ma il bravo medico non si ferma al numero che fa felice il paziente: cerca quello che non torna. E nel referto veneto ci sono due righe che meritano attenzione. La prima: la quota di contatti fissati oltre la soglia di garanzia è all’11,3 per cento, mentre Agenas stima fisiologico un valore tra il 5 e il 6. È il doppio. Tradotto: non è un problema di chi arriva al CUP, è un problema di chi al CUP fatica a entrare. Il Friuli Venezia Giulia, lì accanto, segna il 100 per cento di puntualità. Non per magia: per organizzazione.
La seconda riga è la più scomoda di tutte. Su cento impegnative, in Veneto diventano prenotazione effettiva 58,2 prime visite e 64,4 esami. Il resto — quattro ricette su dieci, abbondanti — evapora. Le chiamano «ricette disperse», ed è un eufemismo da manuale: la dispersione non è entropia, è scelta. È il cittadino che rinuncia, o che paga di tasca propria e si rivolge al privato perché una colonscopia tardiva, per dirla con i chirurghi ospedalieri, può cambiare la storia clinica di una persona. A livello nazionale solo una prescrizione su due si trasforma in prestazione. Il Veneto fa un po’ meglio della media. Ma «meglio della media» non è una medaglia: è la temperatura della febbre del sistema, non il segno che è guarito.
Perché il primato veneto, però, vale più di altri
Va riconosciuta al Veneto un’onestà metodologica che altrove manca, ed è il punto che separa l’analisi seria dalla propaganda. Agenas avverte: alcune regioni ottengono percentuali altissime semplicemente parcheggiando la domanda nella classe P, la «programmata», quella con la soglia comoda dei 120 giorni. Più sposti le prestazioni nel cassetto meno urgente, più è facile rispettare i tempi. È il trucco del primo della classe che si fa interrogare solo sulle materie che sa. Ebbene, il Veneto la classe P la tiene a 60-90 giorni, non a 120: una regola più severa con se stesso. Il suo 97,6 per cento, quindi, è meno «drogato» di altri exploit che leggerete nelle classifiche. Quando uno studente prende il voto alto con il programma intero, il voto pesa di più. Questo va detto, perché la critica senza il merito è solo livore.
La domanda che il cruscotto non sa fare
Resta il convitato di pietra. La piattaforma misura, benissimo, chi è entrato nel sistema e quanto ha aspettato. Non misura chi non è entrato affatto. Non conta chi ha guardato la prima data disponibile, ha fatto due conti, ha tirato fuori la carta di credito o ha semplicemente lasciato perdere. Il famoso «50 per cento di ricette disperse» è esattamente questo: la sanità privata e la rinuncia alle cure travestite da dato statistico mancante. Il Servizio sanitario nazionale non si misura solo dalla puntualità di chi serve, ma dall’universalità di chi raggiunge. Ed è proprio l’universalità il numero che nessun cruscotto, per ora, illumina.
Per questo il giudizio sul Veneto è doppio, e va tenuto doppio senza ipocrisie: amministrazione che funziona, sì, e tra le migliori d’Italia; ma una quota di domanda che continua a uscire silenziosamente dal perimetro pubblico, lì come ovunque. La buona notizia è che, finalmente, abbiamo gli strumenti per vederlo. La cattiva è la tentazione, antica quanto il potere, di accontentarsi della spia verde.
Il cruscotto è acceso. Ora bisogna avere il coraggio di guardare anche fuori dal finestrino — dove stanno gli assenti, che nelle classifiche non compaiono e che sono, da sempre, la vera misura di una sanità pubblica.



