di Redazione · Agosto 29, 2026
Arriva l’AI per gli avvocati, e qualcosa cambia..
Si chiama Budda Law, il che è già una notizia. Una startup di tre avvocati tra Roma e Viterbo ha costruito un’intelligenza artificiale che risponde a quesiti legali, scrive contratti e produce pareri, pescando in due milioni di sentenze raccolte dal 2019 in poi. I fondatori spiegano che Budda significa l’illuminato, e che il nome allude alla luce che aiuta a districarsi nel buio della legge. Hanno anche aggiunto, con un candore che li rende simpatici, che il termine evoca pace ed equidistanza.
Sulla pace nutriamo qualche dubbio, visto il mestiere. Sull’equidistanza pure: un avvocato equidistante è come un portiere neutrale, tecnicamente possibile ma difficile da vendere al proprio cliente. Ma non è questo il punto.
Il punto è il prezzo. Non serve abbonamento, si paga a crediti, si può comprare una singola risposta. Cioè: chiunque, stasera, dal divano, può sapere se quella clausola nel contratto d’affitto lo frega oppure no, spendendo meno di una pizza. Tremila anni di diritto, dal codice di Hammurabi alla Cassazione, ridotti a una domanda in un campo di testo. In Italia il legal tech ha già superato i trenta milioni di fatturato, con ottantanove operatori. Non è più una curiosità. E qui sarebbe comodo fare l’indignato di professione, quello che dice: attenti, l’algoritmo non capisce le sfumature, il diritto è un’arte, ci vuole l’uomo. Tutto vero. Ma diciamo anche l’altra metà, quella meno nobile: per generazioni la complessità del diritto non è stata solo un fatto tecnico, è stata anche un recinto. Chi stava dentro traduceva a chi stava fuori, e la traduzione si pagava an ore. Non per cattiveria: perché così funzionava. Adesso arriva una macchina che traduce a due euro, e prima di scandalizzarci per la macchina forse vale la pena chiederci perché il recinto stesse in piedi da così tanto.
Poi certo, resta tutto il resto. Un algoritmo non ti guarda in faccia mentre gli racconti che tuo fratello ti ha portato via la casa di vostra madre, e in quel racconto il novanta per cento è dolore e il dieci è diritto. Non ti dice che hai ragione ma non ti conviene. Non ti convince a non fare causa, che è la cosa migliore che un buon avvocato faccia nella sua carriera e l’unica per cui non emette parcella.
E c’è una cosa che la macchina non farà mai: prendersi la colpa. Se sbaglia il tuo legale, hai un nome, un ordine professionale, un’assicurazione. Se sbaglia il sistema, hai un messaggio di errore.
Però non sottovalutiamo la gratitudine di chi, fino a ieri, davanti a una lettera del condominio o a una multa scritta in burocratese, si limitava a firmare e pagare perché chiedere costava più della multa. Sono milioni di persone, e nessuno le ha mai contate.
I fondatori dicono di voler portare chiarezza dove c’è complessità. È una frase da comunicato stampa, di quelle che si scrivono a occhi chiusi. Ma sotto c’è un’idea vera, e la dicono meglio loro: se il diritto è complesso, l’accesso non deve esserlo.
Il Budda storico, quello vero, passò la vita a ripetere che la sofferenza nasce dall’attaccamento. Non sappiamo se avesse in mente le controversie condominiali. Ma sull’idea che il buio si combatta spiegando le cose invece che facendole sembrare più difficili di quanto siano, credo che avrebbe firmato.




