Azienda Zero ci riprova

di Redazione · Marzo 21, 2026

Perché la carenza di medici nelle emergenze non è un’emergenza di medici, ma di sistema

Azienda Ulss 8 Berica: 35 posti. Azienda Ulss 9 Scaligera: 25. Azienda Ulss 3 Serenissima: 19. Azienda Ulss 4 Veneto Orientale e Azienda Ulss 5 Polesana: 17 ciascuna. Sono i numeri pubblicati dal Mattino di oggi — 165 posti scoperti nei pronto soccorso veneti, oggetto di un nuovo concorso bandito da Azienda Zero. Un anno fa era già successo. Centodiciotto posti, pochissimi candidati — meno della metà. Adesso si riprova, allargando il bando anche agli specializzandi, con la stessa riserva del 50% ai medici dei servizi esternalizzati che già presidiano le corsie. Chi lavora in sanità riconosce il copione. Chi fa politica sanitaria dovrebbe smettere di leggerlo come un problema di reclutamento e cominciare a leggerlo come un problema di sistema. Perché la carenza di medici nei pronto soccorso — nel Veneto come nel resto d’Italia — non è un’emergenza di medici. È lo specchio rotto di un modello che non regge più.

Il dato nazionale, letto in filigrana

L’indagine della Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza (Simeu) presentata a novembre 2025 è inequivocabile: a gennaio 2026 il 26% dei pronto soccorso italiani avrebbe avuto meno del 50% dell’organico previsto, e il 69% sarebbe rimasto sotto la soglia del 75%. Solo il 31% delle strutture avrebbe raggiunto una copertura superiore ai tre quarti del necessario. Il 100% dell’organico — l’obiettivo minimo in qualunque sistema industriale — viene descritto da Simeu con una locuzione che vale più di mille analisi: “accade molto raramente”. E questo non è un allarme, ma una certificazione che il pronto soccorso italiano funziona strutturalmente al di sotto della sua capacità di progetto. Non per un’emergenza contingente, non per una crisi estemporanea, ma come condizione ordinaria mascherata da straordinaria.

Il Veneto, in questo quadro, non è un caso a sé. È anzi uno dei sistemi regionali meglio organizzati d’Italia. Il fatto che Azienda Zero debba bandire 165 posti — e che l’anno scorso su 118 posti si siano presentati meno di 60 candidati — dice qualcosa di molto preciso: il problema non è la disponibilità di medici in assoluto, ma la disponibilità di medici disposti a lavorare in pronto soccorso alle condizioni attuali. È una distinzione che la politica dovrebbe considerare seriamente, perchè è più vera della narrazione della “carenza” che sottintende una soluzione quantitativa — più medici, più concorsi, più bandi. Ma la soluzione non è quantitativa. È qualitativa. Molto più verticale.

Il paradosso del gettonista: un mercato che il pubblico ha creato

Il fenomeno dei medici “gettonisti” — professionisti che lavorano nei pronto soccorso tramite cooperative o partita IVA con tariffe orarie molto superiori a quelle del contratto collettivo — è spesso raccontato come un’anomalia, come un corpo estraneo nel sistema pubblico. È invece la risposta razionale di un mercato del lavoro a un’irrazionalità di sistema. Un dirigente medico di primo livello con contratto SSN percepisce uno stipendio che il nuovo CCNL 2022-2024, firmato definitivamente a febbraio 2026, porta a circa 376 euro mensili di aumento medio. Lodevole, ma tardivo: tre anni di contratto negoziati in tre mesi, con arretrati medi stimati di 6.500 euro che in molti casi non coprono il gap inflattivo accumulato. La Fp Cgil Medici, che non ha firmato, ha calcolato che il contratto è “definanziato di 537 euro lordi medi mensili rispetto all’inflazione”. Un medico gettonista, nelle stesse ore, può guadagnare tra 9.000 e 12.000 euro lordi al mese. Senza ferie retribuite, senza pensione contributiva adeguata, senza continuità di cura. Ma con un reddito da tre a quattro volte superiore.

Il sistema pubblico ha risposto con una reazione comprensibile ma autolesionista: ha cominciato ad assumere i gettonisti come soluzione tampone, pagando a caro prezzo la flessibilità che non era riuscito a offrire al proprio personale strutturato. Ha così alimentato il mercato che avrebbe dovuto contenere, finanziando con denaro pubblico il divario retributivo che aveva contribuito a creare. Ora quei contratti — molti dei quali risalenti all’emergenza pandemica — stanno scadendo. Ed è esattamente in quel momento che il sistema si accorge di quanto era diventato dipendente da quella dipendenza.

Il nodo irrisolto: il pronto soccorso non è più un reparto, è un’istituzione totale

C’è poi un dato che raramente entra nel dibattito pubblico sulla carenza di medici nei pronto soccorso, ma che chi lavora sul campo conosce bene: il pronto soccorso italiano non è più semplicemente un reparto ospedaliero. È diventato un’istituzione totale — un luogo che assorbe tutto ciò che il sistema non è in grado di gestire altrove. L’indagine Simeu di novembre 2025 registra 40.000 consulenze psichiatriche in 50 pronto soccorso nel 2024 — il 2% di tutti gli accessi, di cui il 10% relativo a pazienti under 18. Un dato che in un sistema funzionante significherebbe un collasso della rete territoriale di salute mentale, non un problema del pronto soccorso. In un sistema disfunzionale, significa che il pronto soccorso è diventato il contenitore di tutti i fallimenti: del territorio, della medicina generale, della psichiatria, della geriatria, del welfare. Il medico di pronto soccorso non tratta più solo traumi e infarti. Gestisce fragilità sociali, pazienti psichiatrici in crisi, anziani che non trovano una risposta ambulatoriale, codici bianchi e verdi che affollano le sale d’attesa perché il medico di famiglia non è disponibile o non esiste più. Lavora in un ambiente ad altissima tensione emotiva, con il rischio di aggressioni — fisiche e verbali — che è diventato parte ordinaria del turno, non un’eventualità. In questo contesto, la domanda giusta non è «perché mancano i medici di pronto soccorso?». La domanda giusta è: «perché qualcuno dovrebbe voler fare il medico di pronto soccorso?»

Il sottofinanziamento come scelta politica

Ogni analisi seria sulla carenza di medici nei pronto soccorso deve fare i conti con un dato strutturale che non dipende dai direttori generali delle ULSS, né da Azienda Zero, né dalla Regione: l’Italia spende meno degli altri per la sanità pubblica, e lo fa per scelta, anche se il Governo Meloni ha iniziato ad investire da qualche anno rispetto ai governi precedenti. Ma la strada è lunga.

La Fondazione GIMBE documenta con rigore che nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,3% del PIL — sotto la media OCSE del 7,1% e quella europea del 6,9%. L’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pro-capite, con un gap di 697 dollari rispetto alla media europea. Proiettato sull’intera popolazione, quel divario corrisponde a oltre 43 miliardi di euro all’anno che il SSN non riceve rispetto agli standard europei che pure pretende di eguagliare. E non stiamo parlando di un deficit contabile. È una scelta politica che si è cristallizzata negli ultimi quindici anni attraverso tutti i governi precedenti, e che ha prodotto effetti cumulativi: ospedali sottodimensionati, personale sottopagato, territorio mai costruito davvero, e un pronto soccorso che funziona come valvola di sfogo di tutto ciò che non funziona altrove. 

Il DFP 2025 cambia di poco la traiettoria: il rapporto spesa sanitaria/PIL è previsto inchiodato al 6,4% fino al 2028. Che la coperta sia troppo corta è noto. Che si sia solo iniziato ad  allungarla è la vera notizia politica.

Quello che il caso veneto dice e quello che non dice

Il concorso per 165 posti nei pronto soccorso veneti, nella sua singolarità, contiene molte verità generali. Ma dice anche qualcosa di specifico sulla Regione Veneto, e vale la pena leggerlo senza semplificazioni. Il Veneto ha un sistema sanitario tra i più efficienti d’Italia per capacità organizzativa e performance amministrativa. L’Ulss 8 Berica con 35 posti scoperti non è un’azienda che ha fallito la pianificazione — ma ha esaurito le riserve di un sistema che non produce abbastanza medici disposti a lavorare in emergenza-urgenza. La Serenissima con 19 posti, la Scaligera con 25: sono le costole di un corpo sano che respira male.

Il punto critico non è la gestione. È il modello. Il Veneto, come tutte le regioni, si trova a competere sul mercato del lavoro medico con un’offerta — quella del SSN — che non regge il confronto con le alternative. Il privato accreditato offre condizioni migliori. Il gettonismo offre stipendi più alti. L’estero — Germania, Regno Unito, Svizzera — offre entrambe le cose più il riconoscimento professionale. Secondo stime ANAAO, nel 2025 i medici italiani che lavorano all’estero sono decine di migliaia: una perdita secca per un sistema formativo pubblico che ha investito anni e risorse per produrre professionisti poi ceduti gratuitamente ai sistemi europei meglio paganti.

Tre proposte concrete, non tre slogan

La critica senza proposta è sterile. Per chi lavora nella sanità e per chi la governa, ecco quello che un’analisi fondata sui dati indica come prioritario:

1. Separare il problema degli organici dal problema dell’attrattività.

Bandire nuovi concorsi senza cambiare le condizioni di lavoro è come svuotare un secchio con il fondo bucato. L’attrattività del pronto soccorso passa da indennità specifiche, turni sostenibili, percorsi di carriera riconoscibili, e protezione legale reale in caso di aggressione. Il CCNL 2022-2024 ha introdotto 12 euro per turno di 12 ore di indennità di pronto soccorso: è un segnale, ma non una risposta.

 

2. Ricucire il territorio prima di sovraccaricare l’ospedale.

La medicina di prossimità — case di comunità, medici di medicina generale con orari estesi, guardia medica potenziata, telemedicina — non è un lusso organizzativo. È il filtro senza il quale il pronto soccorso continuerà ad essere invaso da urgenze che urgenti non sono, consumando il tempo e l’energia dei medici che ci restano. Nel Veneto esistono esperienze avanzate in questa direzione: vanno scalate, non celebrate.

3. Trattare il sottofinanziamento come quello che è: una questione di democrazia sanitaria.

Il 6,4% del PIL non è un vincolo di bilancio. È una scelta su chi si tutela e chi si lascia indietro. Il sistema che non riesce a tenere aperti i pronto soccorso produce diseguaglianze sanitarie reali, misurabili, che ricadono sulle fasce più fragili della popolazione — quelle che non possono permettersi il privato quando il pubblico non risponde. La politica regionale e nazionale ha il dovere di portare questo argomento dove appartiene: al centro del dibattito su come si distribuisce la spesa pubblica.

Nota metodologica

Questo editoriale è costruito su dati verificabili: l’indagine Simeu di novembre 2025, i dati GIMBE sulla spesa sanitaria pubblica (dataset OECD Health Statistics, luglio 2025), il CCNL 2022-2024 firmato all’ARAN il 27 febbraio 2026, l’articolo de Il Mattino del 21 marzo 2026 sui 165 posti scoperti nel Veneto, e le serie storiche sulla mobilità medica internazionale elaborate da ANAAO Assomed.

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