I RE DELLA SANITÀ VENETA SCOPRONO CHE ANCHE I TRONI HANNO UNA SCADENZA

di Redazione · Marzo 18, 2026

Stefani mette il timer ai direttori generali. Tre anni e via. Come i contratti Mediaset degli anni Novanta. Come i matrimoni di oggi

 

C’è una scena nel Gattopardo che Luchino Visconti non ha girato, ma che Tomasi di Lampedusa aveva in testa: il principe Salina che guarda i nuovi arrivati e capisce, con quella malinconia aristocratica che è il vero lusso siciliano, che la durata del potere non dipende dal merito. Dipende dalla generosità di chi ti ha nominato e dalla memoria corta di chi viene dopo.
Alberto Stefani, che è veneto e non siciliano, che viene dalla pianura Padana e non dall’isola del tramonto, ha capito la stessa cosa. E ha fatto di meglio: ha messo la scadenza sul barattolo.
Tre anni. I nuovi direttori generali della sanità veneta dureranno tre anni. Poi si vedrà. Poi si valuterà. Poi — come si dice in certi contratti televisivi della Mediaset degli anni Novanta che Berlusconi firmava sorridendo — «le parti si riservano di rinegoziare».
Benvenuti nella sanità veneta riformata. Benvenuti nell’era del dirigente a termine.

Ora, c’è chi legge questa notizia e vede una riforma. C’è chi la legge e vede una punizione. C’è chi — ed è la lettura più onesta — vede entrambe le cose contemporaneamente, come in certi quadri di Escher dove le scale salgono e scendono nello stesso momento e il senso dipende dall’angolo da cui si guarda.
Il punto è questo: «tre più due» era diventato un automatismo. Una rendita. Un diritto acquisito che nessuno aveva scritto nella Costituzione ma che tutti trattavano come se ci fosse scritto, in corsivo, tra il primo e il secondo comma dell’articolo 32 — quello sulla salute, per ironia della sorte.
Annicchiarico se ne va. Ruscitti aspetta. Il meccanismo gira.
Ma Stefani ha detto: il meccanismo lo cambio io.

Ora, Giancarlo Ruscitti — sessantasette anni, sessantotto a maggio, vecchia conoscenza della sanità veneta come si dice di certi vini che conosci dalla cantina di tuo nonno — è in pole position per il vertice regionale. Conosce i corridoi. Conosce i telefoni. Conosce, si presume, anche i nomi dei segretari dei segretari, che sono poi quelli che contano davvero.
L’età gioca contro. Ma l’esperienza, in certi ambienti, è la sola moneta che non svaluta.
C’è una battuta che si attribuisce a Kissinger — forse vera, forse apocrifa come tutte le battute dei grandi: «Il potere è il migliore afrodisiaco». Nella sanità pubblica italiana, il potere è anche il migliore antinvecchiamento.

La domanda, però, è un’altra.
Tre anni servono davvero a «testare» un direttore generale? Oppure servono a tenerlo in tensione verso la performance che serve al necessario upgrade del sistema?
Kafka aveva capito prima di tutti che la burocrazia non è mai neutrale. Che ogni scadenza è anche una dipendenza. Che ogni contratto a termine è anche — detto senza cattiveria, detto come osservazione anatomica — un guinzaglio elegante.
Tre anni, poi si vedrà. E fra tre anni il Veneto sarà ancora più cambiato, Zaia potrebbe essere altrove per esempio, gli ultimi dg del suo quindicennio saranno pronti per la pensione e quindi il rinnovamento dei generali della sanità potrebbe andare a regime. Tre anni sono 36 mesi, un battito d’ali di una farfalla nell’eternità del sistema.

La sanità veneta gira. I nomi cambiano. Il meccanismo del potere, nel profondo, resta.
Come nel Gattopardo.
Come sempre.

 

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