di Arrigo Abalti · Maggio 21, 2025
Aspettando Godot in versione medica e la parabola dell’assessore che annunciò tutto e non realizzò niente
C’è un filo sottile che lega il teatro dell’assurdo di Beckett alla politica sanitaria veneta: l’attesa infinita di qualcosa che non arriva mai. Come in “Aspettando Godot”, così i veneti aspettano una riforma della sanità territoriale che, undici anni dopo, è ancora nella terra di mezzo tra l’annuncio e la realtà. E al centro di questa commedia c’è lei, Manuela Lanzarin, l’assessore alla Sanità che dal 2014 ha elevato l’arte dell’annuncio a metodo di governo. Il caso vuole che si avvicini novembre 2025, limite del suo mandato, e come in ogni commedia che si rispetti, è tempo di bilanci.
Partiamo da un fatto nudo e crudo, di quelli che fanno male alla narrazione del “modello Veneto”: il sondaggio Ipsos, rimbalzato in questi giorni sui maggiori quotidiani nazionali, certifica che la nostra regione – sì, proprio quella raccontata come l’eccellenza sanitaria italiana – si ritrova sotto la media nazionale per numero di medici di base in rapporto agli abitanti. I numeri parlano chiaro: mentre la media nazionale è di 7,2 medici di medicina generale ogni 10.000 abitanti, il Veneto arranca a 6,4, con punte negative nelle province di Belluno (5,8) e Rovigo (5,5). Un dato che fa a pezzi la retorica del “sistema Veneto” e infligge un colpo mortale alla credibilità di chi ha governato la sanità regionale nell’ultimo decennio.
La sanità veneta è come quei ristoranti che all’esterno hanno un’insegna scintillante ma quando entri scopri che in cucina c’è solo un microonde. Lanzarin ha passato undici anni a lucidare l’insegna mentre il microonde funzionava a singhiozzo. E il caso emblematico di questa farsa è la riforma dei medici di base, un evergreen dell’assessore, una sorta di “tormentone estivo” che ritorna a ogni stagione, ma che – a differenza delle hit da spiaggia – non si è mai trasformato in realtà.
Era il 2018, altri tempi. Il governo gialloverde muoveva i primi passi, lo spread ballava impazzito, e in Veneto Lanzarin presentava in pompa magna il Piano Socio Sanitario Regionale che avrebbe dovuto rivoluzionare la medicina territoriale. Peraltro vale la pena di leggerselo perchè merita ancora oggi l’applauso per visione e modernità. Purtroppo mai declinato davvero negli anni a seguire. Tra le idee innovative, sulla carta, ecco una delle più brillanti: trasformare i medici di base da liberi professionisti a dipendenti delle ULSS. Una sorta di rivoluzione copernicana nella galassia sanitaria. Ma sapete com’è con le rivoluzioni annunciate: spesso restano tali.
Sette anni dopo, di quella rivoluzione non c’è traccia. I veneti si prenotano nella lista d’attesa degli studi medici sovraffollati, aspettano giorni per un appuntamento, e spesso si ritrovano a vagare nella terra di nessuno di un sistema che, incredibilmente, ha perso 3.500 medici di base. Un esodo biblico, un’emorragia che nessuna conferenza stampa è riuscita a tamponare. E, peggio ancora, spesso rinunciano a curarsi di fronte al muro delle procedure e delle attese.
Il paradosso, che avrebbe fatto la gioia degli sceneggiatori di “House of Cards”, è che mentre Lanzarin continuava a promettere una riforma epocale, i medici fuggivano dal sistema come dalle cavallette. Il 67% delle cessazioni del 2023 non era legato alla pensione, ma a una fuga volontaria da un sistema percepito come ostile. Un dato che dovrebbe far riflettere chi per anni ha gestito la sanità come se fosse un ufficio stampa: comunicati roboanti, conferenze esibizioniste, ma zero soluzioni concrete.
Ma la grande beffa, quella che rende questa vicenda degna di una puntata di “Black Mirror”, arriva proprio in questi giorni, con il sondaggio Ipsos che inchioda il Veneto alla sua realtà: una regione che si vanta di essere all’avanguardia ma che ha meno medici di base della media nazionale. È come scoprire che Ferrari produce meno auto di Fiat. Ma davvero? Un cortocircuito logico che ha del tragicomico.
Nei corridoi del potere veneto, dove le parole si pesano con il bilancino, comincia a serpeggiare un malumore che sa di resa dei conti. “Quando i numeri dicono che sei sotto la media nazionale, non puoi più nasconderti dietro la retorica dell’eccellenza”, sussurra un consigliere regionale della maggioranza, chiedendo l’anonimato. Un’ammissione di colpa che sa di disfatta.
E pensare che Lanzarin aveva tutte le carte in regola per passare alla storia come l’assessore che ha rivoluzionato davvero la sanità territoriale. Invece, ha preferito la strada più comoda: quella degli annunci senza conseguenze, delle promesse senza impegni, delle riforme senza cambiamenti. Ha preferito essere Godot, piuttosto che il regista che cambia il finale alla commedia.
Nel frattempo, il Decreto Liste d’Attesa, la Piattaforma Nazionale, il “percorso di tutela” e tutto l’armamentario burocratico partorito in questi anni si sono rivelati come quei farmaci placebo che non curano la malattia, ma al massimo alleviano il sintomo. E sapete qual è il sintomo? La percezione diffusa che la sanità pubblica stia affondando. L’80% degli italiani, secondo la FIMMG, sceglie il privato perché stanco di attendere. Un esodo che sa di sfiducia totale nel sistema.
Le Case di Comunità, altro cavallo di battaglia dell’assessore, sono l’emblema perfetto di questa politica del “tutto annunciato, niente realizzato”: strutture pensate come avamposti territoriali che dovrebbero ospitare i medici di base dipendenti. Peccato che né le strutture siano pienamente operative, né i medici siano diventati dipendenti. È come costruire un aeroporto senza pista, per aerei che non esistono.
Chi conosce i meccanismi del potere sa che dietro ogni annuncio c’è sempre un calcolo politico. E quello di Lanzarin era semplice: guadagnare tempo, alimentare l’illusione del cambiamento, mentre il sistema continuava sulla sua rotta inerziale. Una strategia che ha funzionato per anni, finché i nodi non sono venuti al pettine. E i nodi, come insegna Machiavelli, arrivano sempre.
Anche sul fronte delle IPAB – altro capitolo di questa saga dell’incompiutezza – la musica non cambia. La riforma annunciata è rimasta lettera morta, come un post-it attaccato su un frigorifero e poi dimenticato. Le strutture continuano a operare in un quadro normativo che fa acqua da tutte le parti, con personale ridotto all’osso e risorse insufficienti. Ma l’importante, nella logica dell’assessore, è che se ne sia parlato. Il resto è un dettaglio.
Se dovessimo riassumere in una sola immagine l’eredità di Manuela Lanzarin, potremmo pensare a una di quelle locandine dei film che non sono mai stati girati: titoli altisonanti, cast stellare, ma nessuna pellicola. Solo il cartellone pubblicitario, esposto per anni in attesa di una prima che non ci sarà mai.
Il Veneto che si avvia verso le elezioni regionali del 2025 si ritrova così con una sanità territoriale in affanno. Le innovazioni digitali – il Fascicolo Sanitario Elettronico, il portale Sanità km zero – sono solo un’aspirina per un paziente che avrebbe bisogno di un intervento chirurgico. Perché non sono i click a curare i malati, ma i medici. E di medici, come ci ricorda impietosamente il sondaggio Ipsos, in Veneto ce ne sono meno che altrove.
“Quando un territorio che si vanta di essere all’avanguardia si ritrova sotto la media nazionale per numero di medici di base, qualcosa nel sistema si è inceppato”, ammette a mezza bocca un consigliere regionale della maggioranza. Una confessione che sa di epitaffio politico per l’assessore che ha fatto dell’annuncio una religione.
Quando a novembre 2025 Lanzarin lascerà il suo incarico, il bilancio sarà inevitabilmente segnato da questa distanza siderale tra la retorica e la realtà. Un’eredità di proclami che lascia la sanità veneta al bivio: continuare a credere nella favola dell’eccellenza o affrontare finalmente i problemi reali con soluzioni concrete?
Nel frattempo, i veneti continuano ad aspettare il loro Godot, un medico di base disponibile, un appuntamento in tempi ragionevoli, una sanità territoriale che funzioni davvero. Ma come insegna Beckett, l’attesa può durare all’infinito. E in politica, l’infinito è solo il tempo che passa tra un annuncio e la sua mancata realizzazione.



