LISTE D’ATTESA, IL PATTO DELLA CROCE ROSSA

di Arrigo Abalti · Maggio 22, 2025

Meloni e Fedriga si spartiscono le responsabilità, ma il malato è ancora lì: il Servizio Sanitario Nazionale

 

Alla fine, l’hanno chiamato “accordo”, come si fa quando serve coprire una resa reciproca con una parola gentile. Sul decreto per le liste d’attesa – vero termometro della febbre che sta logorando il Servizio Sanitario Nazionale – Giorgia Meloni e Massimiliano Fedriga hanno trovato la formula che salva la faccia a Palazzo Chigi e disinnesca il fronte delle Regioni: i poteri sostitutivi ci saranno, ma a intermittenza e con un timer. Commissari sì, ma a tempo. Una tregua tecnica, non una cura.

Il presidente del Friuli, oggi a capo della Conferenza Stato-Regioni, esce da Palazzo Chigi annunciando “passi avanti importanti”. La premier evita lo scontro frontale, e in un momento in cui il consenso è una moneta da amministrare con parsimonia, sceglie di non accendere incendi nelle trincee regionali. Il punto di caduta è il più classico dei compromessi italiani: i poteri straordinari dello Stato per intervenire sui ritardi delle Regioni avranno “parametri chiari di entrata e uscita”. Tradotto: il Governo non potrà fare irruzione nelle sanità regionali senza preavviso e senza scadenza. È la versione sanitaria del “commissariamento consensuale”.

La partita, in realtà, è molto più ampia di quanto sembri. Il braccio di ferro sul Dpcm non è solo una questione di burocrazia sanitaria, ma lo scontro strisciante tra l’autonomia regionale rivendicata dalle Regioni a trazione leghista e la necessità del Governo di mostrare muscoli sul tema più sentito dai cittadini: la sanità. In mezzo ci sono i malati, che intanto continuano a fare la fila. E ci sono i presidenti delle Regioni, che non vogliono trasformarsi in capri espiatori permanenti, come accaduto per i disavanzi sanitari dove i commissariamenti sono diventati una condanna senza appello.

L’ennesimo paradosso è che si discute di strumenti per intervenire sulle liste d’attesa senza mai pronunciare la parola tabù: risorse. Quelle vere. Quelle che servono per assumere personale, aggiornare le tecnologie, ampliare gli orari di apertura. Il Governo non può dirlo perché il bilancio piange. Le Regioni non vogliono sentirlo perché, sotto sotto, sanno che il problema è anche organizzativo. Tutti sanno che così non si va avanti, ma nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce.

Il colpo di scena finale – in pieno stile palazzo – è l’annuncio di un nuovo Piano Sanitario Nazionale. L’ultimo risale al 2008, l’Italia era un altro Paese, la sanità anche. Fedriga promette che questa volta sarà diverso: “Lo scriveremo insieme”. Ma a giudicare da come si sono scritte le regole finora – in punta di compromesso e col contagocce – il rischio è che anche stavolta si partorisca un testo destinato più agli scaffali che alle corsie.

Nel frattempo, i cittadini aspettano. Un’ecografia, una visita oncologica, una risonanza. In coda, sempre più spesso, anche alla speranza.

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