di Redazione · Settembre 13, 2025
Il festival diventa un test politico: la sinistra in corto circuito tra filo-Usa e protesta, mentre l’opposizione non tocca palla
A Vicenza si celebra l’America, ma il palcoscenico del festival diventa subito un banco di prova politico. Non tanto per la qualità degli ospiti o per l’applauso degli ambasciatori, quanto per il rumore dei cortei che si preparano fuori dal centro blindato. È la solita scena: quando si parla di Stati Uniti, in città si accendono due riflettori. Uno illumina la Basilica Palladiana e i legami storici con Washington. L’altro punta sulle strade, dove sfilano i contestatori di ogni stagione, oggi uniti anche dal drappo di Gaza.
Possamai ha scelto una linea di galleggiamento: ribadire l’alleanza con gli Usa senza dimenticare il Medio Oriente. Ma l’equilibrio non basta. Perché a Vicenza, più che altrove, l’America è una questione identitaria e divisiva: garanzia di sviluppo per Confindustria, presenza ingombrante per i comitati che da anni si oppongono a Ederle.
E qui la vicenda diventa kafkiana. Gli stessi che nel 2008 fecero campagna contro la caserma Del Din a sostegno di Achille Variati — che prometteva di opporsi “senza se e senza ma” ai nuovi insediamenti americani — oggi si ritrovano a promuovere un festival che celebra i legami con Washington. Risultato: un cortocircuito tra i progressisti filo-festival e quella parte più radicale, o forse semplicemente più coerente, della sinistra che protesta contro la spettacolarizzazione dell’amicizia con gli Usa.
Il retroscenista direbbe che per Possamai non è solo un festival: è un crash test. Se l’immagine che resterà sarà quella della città che dialoga con il mondo, potrà intestarsi un successo da spendere anche sul piano nazionale. Se invece prevarrà la narrazione della città militarizzata, finirà per diventare il sindaco che mette i blindati in piazza per garantire un convegno.
Ma il dettaglio più significativo è un altro: il centrodestra resta a guardare. Nessuna critica, nessuna proposta alternativa, nessuna presa di posizione. Un silenzio che non è strategia, ma smarrimento. Perché se la sinistra litiga con se stessa, la destra avrebbe l’occasione di dettare l’agenda. E invece resta muta, rinchiusa nel ruolo di spettatrice.
Così, mentre Possamai si barcamena tra piazza e diplomazia, a perdere l’occasione è il centrodestra. Che non tocca palla e rinuncia a giocare una partita che gli era stata servita sul piatto d’argento.




