La bonifica dei Consorzi

di Arrigo Abalti · Luglio 16, 2025

Partecipazione e trasparenza, o un colpo ben assestato all’egemonia Coldiretti?

Non è scritto da nessuna parte, ma si capisce tra le righe. Il progetto di legge n. 345, firmato dal consigliere leghista Giulio Centenaro e depositato a metà luglio, parla ufficialmente di partecipazione, trasparenza e maggiore coinvolgimento democratico nei Consorzi di bonifica. Ma chi conosce i meccanismi del potere agricolo in Veneto, e sa leggere i movimenti sotto traccia, sussurra che dietro le modifiche alla legge regionale del 2009 si nasconda ben altro: un’operazione chirurgica, destinata a ridefinire gli equilibri di governance. E a colpire — senza mai nominarla — Coldiretti.

Ufficialmente si tratta di correggere una distorsione: la scarsa affluenza alle urne, che ha reso le elezioni dei Consorzi una faccenda per pochi addetti. Nei numeri c’è l’alibi perfetto: nel 2024 ha votato meno del 5% degli aventi diritto. Troppo poco, si dice, per parlare di legittimazione democratica. Da qui la proposta di aprire i seggi anche al sabato, estendere i tempi per le candidature, pubblicizzare i programmi. Tutto condivisibile. Ma è nelle pieghe normative che si intravede il cambio di passo.

Il nodo è all’articolo 6

Lì — in una modifica apparentemente tecnica — si introduce un principio nuovo: le maggioranze assembleari non saranno più calcolate solo sui rappresentanti eletti dai consorziati, ma anche sui membri di nomina politica, cioè quelli indicati da Comuni e Regione. È un dettaglio, ma come spesso accade nei dettagli si annidano le vere intenzioni. Perché è proprio la forza elettiva dei consorziati — cioè, nella maggior parte dei casi, il mondo agricolo organizzato e Coldiretti — ad aver garantito, negli anni, il controllo pressoché assoluto sulle scelte dei Consorzi.

Cambiare quel perimetro non significa solo ampliare la base democratica. Significa diluire il potere di chi ha costruito negli anni un sistema di rappresentanza compatto e radicato. Un sistema che, nel tempo, è stato considerato da alcuni troppo influente, da altri troppo opaco.

Il precedente del Consorzio Brenta

Un segnale anticipatore si è già visto nei mesi scorsi, nel Consorzio di Bonifica Brenta, dove la sfida per la presidenza è sfociata in un vero e proprio stallo istituzionale. Da una parte Martino Cerantola, figura storica della Coldiretti, dall’altra Paolo Bordignon, ex sindaco di Rosà e riferimento del Carroccio nel territorio. Il braccio di ferro tra i due — uno sostenuto dall’organizzazione agricola, l’altro dall’area leghista — ha paralizzato il consorzio e mostrato quanto fragile sia ormai l’equilibrio tra rappresentanza agricola e rappresentanza politica. Risultato: l’Ente è stato commissariato dopo mesi di inutili tentativi.

È in questo vuoto che si inserisce oggi la riforma Centenaro, cercando di dare una cornice normativa a una realtà che già sta cambiando, ma senza lasciare spazio a interpretazioni: se Coldiretti non accetta il compromesso, rischia di restare fuori dai giochi.

Il contesto è più ampio di quanto sembri

Le tensioni tra Coldiretti e alcuni settori della maggioranza — in Veneto come a Roma — non sono una novità. Lo scontro sulle nomine, le frizioni sugli enti strumentali, le divergenze sul ruolo dei consorzi in materia di energia e ambiente hanno alimentato malumori trasversali. E la proposta Centenaro arriva in quel clima: non lo dice, ma lo riflette. È la politica che prende atto che il modello agricolo-maggioritario va messo in discussione, ma senza aprire un conflitto diretto.

Lo schema è sempre lo stesso: non si tocca la struttura, si agisce sulle regole del gioco. Si invoca la partecipazione, ma si cambia il peso specifico degli attori in campo. Si parla di accesso, ma si ridisegna la mappa delle leve decisionali. Si introduce l’obbligo di programma elettorale, la parità di genere, le ricevute di voto. Tutte innovazioni condivisibili, ma che hanno un effetto collaterale preciso: spostano il baricentro della rappresentanza verso soggetti più  politici, istituzionali. E meno agricoli.

Il principio della trasparenza come leva

Non è detto che l’operazione riesca. Coldiretti resta un soggetto forte, con una macchina organizzativa che nessun altro possiede a quei livelli. Ma il solo fatto che si sia aperto un varco normativo può bastare a produrre instabilità. Perché se prima l’aritmetica della governance era cristallizzata — 20 consiglieri su base contributiva, e poco spazio per i soggetti esterni — ora entra in campo la possibilità di costruire alleanze trasversali. Magari anche di natura politica. E questo, per i consorzi, è una novità.

Il finale (provvisorio)

Il progetto è ora all’attenzione del Consiglio Regionale. Dove dovrà affrontare le obiezioni di quella parte della maggioranza che, invece, con Coldiretti ha rapporti molto solidi, dai colleghi leghisti di Centenaro, ai meloniani in predicato di primazia nel Centrodestra. Difficilmente verrà contrastato frontalmente: troppo delicato, troppo tecnico, troppo ben impacchettato. Ma nei corridoi della politica agricola veneta la lettura è già chiara. Si parla di “operazione chirurgica”, qualcuno dice “colpo di mano elegante”, altri lo definiscono “l’inizio della fine” del sistema consortile così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni.

Nessuno lo dice apertamente. Ma tutti, a partire da Coldiretti, lo hanno capito.

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