di Redazione · Aprile 24, 2026
Il decreto sui medici di famiglia prova a superare la solitudine della sanità territoriale: più integrazione, più presenza. Ma la vera partita resta trasformare strutture nuove in relazioni vive
Le chiamano Case di comunità. Un nome che ha dentro una promessa antica: quella di non essere soli quando si sta male. Ma le case si tirano su con il cemento; le comunità, invece, hanno bisogno di tempo, fiducia, abitudini. E le abitudini — si sa — non cambiano per decreto.
Eppure il decreto sta arrivando. Lo firma Orazio Schillaci, ministro della Salute, che su questa partita si sta giocando molto più di una riforma: una direzione. Va riconosciuto: dopo anni di annunci e tentativi abortiti, c’è finalmente un disegno che prova a mettere ordine nella sanità territoriale, a darle una forma meno casuale, meno affidata alla buona volontà dei singoli. Non è poco, in un Paese dove la medicina di base è rimasta a lungo sospesa tra vocazione e improvvisazione.
Il cuore dell’intervento è semplice, almeno sulla carta: offrire ai medici di famiglia una scelta. Restare liberi professionisti in convenzione, ma dentro regole più definite, oppure diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Una biforcazione che sembra tecnica e invece è culturale. Da una parte l’autonomia, dall’altra l’integrazione. In mezzo, la vita reale dei pazienti, che non si chiedono in che regime lavori il loro medico, ma se risponde quando chiamano.
Schillaci parla di “transizione ordinata”. E, per una volta, l’espressione non suona solo come un auspicio. C’è un tentativo evidente di evitare lo strappo, di accompagnare il cambiamento senza trasformarlo in trauma. Gradualità, volontarietà, incentivi: parole che cercano di tenere insieme ciò che spesso si divide, cioè l’efficienza del sistema e la dignità del lavoro medico.
Il passaggio decisivo, però, è un altro: portare i medici dentro le Case di comunità. Non sempre, non ovunque, ma abbastanza da trasformare quei luoghi — oggi spesso eleganti e silenziosi — in presìdi vivi. È qui che la riforma si gioca davvero. Perché non si tratta solo di spostare professionisti, ma di cambiare il modo di curare: meno solitudine, più squadra; meno studio privato, più presenza territoriale.
Cambierà anche il modo di essere pagati. Meno legato al numero di assistiti, più all’attività svolta, agli obiettivi, al tempo dedicato. È un tentativo serio — e non banale — di introdurre una misura dove finora c’era soprattutto fiducia. Ma la fiducia, quando viene sostituita dalla misura, non sempre scompare: a volte si nasconde. E la medicina, che vive anche di ciò che non si vede, lo sa bene.
Intanto le Case di comunità aspettano. Sono lì, costruite con i fondi del Pnrr, come pagine già stampate in cerca di una storia. Il rischio, più che politico, è quasi esistenziale: avere luoghi perfetti che nessuno abita davvero. Perché una casa non diventa comunità per definizione, ma per frequentazione.
E allora il merito di questa riforma — e del lavoro di Schillaci — sta forse proprio qui: nel tentativo, finalmente concreto, di colmare una distanza. Tra strutture e servizi, tra medici e territorio, tra cittadini e sistema sanitario. Non è una rivoluzione rumorosa, ma una manutenzione profonda. Di quelle che non fanno notizia, ma cambiano le cose.
Resta, inevitabile, una domanda. Non se i medici entreranno nelle Case di comunità. Ma se, una volta entrati, riusciranno a portarci dentro anche ciò che non si può normare: la relazione, l’ascolto, il tempo condiviso.
Perché le riforme possono organizzare la sanità, ma solo le persone possono trasformarla in cura.




