di Redazione · Settembre 28, 2025
La crescita superiore a Francia e Germania e la pressione fiscale meno pesante non cancellano il paradosso: un Paese che migliora nei numeri ma resta prigioniero di sfiducia e mancanza di visione
C’è una notizia che, se non fosse stata diffusa dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, rischierebbe di passare inosservata: l’Italia non è più la nazione più tartassata d’Europa. Il primato – si fa per dire – spetta ora alla Francia. E non solo: tra il 2019 e il 2024 il nostro Pil reale è cresciuto del 5,8%, più della media dell’Eurozona e più di Francia e Germania, mentre il Pil pro capite segna un lusinghiero +7,2%. Numeri che raccontano un’Italia diversa dall’immaginario collettivo, abituato a considerarci sempre come il malato d’Europa.
Eppure questi dati non fanno breccia né nella percezione dei cittadini né nella narrazione politica. Restiamo un Paese che vive con la sensazione di essere sempre al margine, sempre sull’orlo di una crisi. È il paradosso italiano: i fondamentali, dal Pil all’export, reggono meglio del previsto, ma la fiducia resta bassa, soffocata da un debito pubblico che continua a pesare e da una politica incapace di trasformare i numeri in una strategia di lungo periodo.
Perché se è vero che i francesi pagano più tasse di noi, è altrettanto vero che il loro sistema – pur in difficoltà – redistribuisce in modo più mirato a famiglie e giovani. Se la Germania arranca, lo fa perché ha scelto di legare il suo destino all’industria pesante e a un modello energetico fragile. Noi, invece, ci siamo aggrappati a una rete diffusa di piccole e medie imprese che hanno reagito alla pandemia e alle crisi globali con una resilienza sorprendente. Ma può bastare?
Il nodo resta sempre lo stesso: non basta uscire meglio di altri da una crisi se poi non si investe per prevenire la prossima. La Cgia lo ricorda: i nostri partner principali, Francia e Germania, stanno entrando in acque agitate. E le conseguenze, inevitabilmente, ricadranno anche su di noi.
Il vero pericolo per l’Italia non è più la malattia cronica della stagnazione, ma l’illusione che qualche buon trimestre ci abbia guarito. La sfida resta aperta: trasformare un rimbalzo congiunturale in una crescita strutturale. Senza, rischiamo di tornare presto al nostro vecchio ruolo: quello del malato che sopravvive più per fortuna che per cura.




