Il cielo del Nordest canta la Marsigliese

di Arrigo Abalti · Ottobre 15, 2025

Con l’ingresso della francese Ardian e di Finint Infrastrutture nel capitale di Milione Spa, gli aeroporti di Venezia, Verona, Treviso e Brescia entrano nel circuito del capitalismo globale. Un passaggio epocale che interroga il rapporto tra economia e sovranità

 

C’è una geografia invisibile che ridisegna le mappe dell’Italia, più di quella tracciata dai fiumi o dalle autostrade. È la geografia del capitale. Invisibile, ma non per questo meno concreta. E in questa nuova mappa, il cielo del Nordest – quello degli aeroporti di Venezia, Verona, Treviso e Brescia – si ritrova oggi con un nuovo padrone, o forse con un nuovo destino: essere parte di una rete finanziaria che non conosce confini.

L’operazione annunciata da Ardian, società francese leader mondiale negli investimenti in private markets, e da Finint Infrastrutture, segna qualcosa di più di una semplice acquisizione. È un passaggio di testimone simbolico: dal capitalismo territoriale a quello transnazionale, dal capitale familiare e industriale a quello fluido, impersonale, dei fondi globali.

L’Italia, da sempre terra di confine, si conferma laboratorio di questa metamorfosi. Non più un Paese che produce e possiede, ma un Paese che amministra e cede. Non più patria di imprenditori, ma di manager. E i manager – si sa – non hanno patria, ma bilanci.

La notizia, nella sua apparente neutralità finanziaria, racconta molto del tempo in cui viviamo. Milione Spa, la holding che controlla Save, passa sotto il controllo paritetico di Ardian e Finint. Restano i veneti di Sviluppo 87, ma come testimoni di una continuità più culturale che economica. Usciranno invece i fondi DWS e Infravia. Il closing è previsto tra fine 2025 e inizio 2026, ma la sostanza è già qui: una parte decisiva dell’infrastruttura veneta entra nel circuito della finanza globale.

A qualcuno sembrerà un dettaglio tecnico, una di quelle operazioni che si leggono in fondo alle pagine economiche. Ma non lo è. Gli aeroporti non sono solo luoghi di transito: sono porte d’ingresso e d’uscita del Paese, simboli fisici di sovranità e di proiezione. Ogni pista venduta, ogni scalo affidato a capitali stranieri, rappresenta una piccola cessione di sovranità economica e, in fondo, di identità.

La globalizzazione, che sembrava una promessa di libertà, si è trasformata in un meccanismo di concentrazione del potere. Non più nelle mani degli Stati, ma in quelle di entità che non rispondono a nessuno se non ai loro investitori. E il capitale, quando si muove, non lascia tracce di bandiera.

Eppure, come sempre, il problema non è solo chi compra, ma chi vende.

Perché l’Italia – e in particolare il nostro Nordest produttivo e in particolare il Veneto – continua a consegnare i propri gioielli alla finanza internazionale con la stessa naturalezza con cui un tempo li costruiva. Forse perché il capitalismo italiano e veneto ha perso fiducia in se stesso, e preferisce affidarsi a mani più solide, anche se straniere.

Ma un Paese che rinuncia al controllo dei suoi snodi strategici – porti, reti, aeroporti – rinuncia anche a una parte della propria libertà. Non nel senso politico, ma in quello più profondo: la libertà di scegliere il proprio destino economico.

L’Italia resta un Paese che non ha smesso di generare intelligenza, lavoro e ingegno. Ma non è più capace di trattenere il controllo delle proprie infrastrutture.

Forse perché, nel tempo in cui il capitale ha smesso di essere nazionale o anche, come spesso abbiamo sentito da una certa politica, veneto, e abbiamo smesso di credere che anche la sovranità economica sia un valore civile.

Gli aeroporti veneti, oggi, volano più in alto. Ma la domanda è: verso dove?

E, soprattutto, chi tiene il timone?

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